10. LE DUE DISGRAZIE DI POMPEI: VENIRE DISTRUTTA DAL VESUVIO ED ESSERE IN ITALIA

Quando Tito diventò imperatore di Roma aveva 40 anni, gli ultimi 15 dei quali trascorsi sotto l’ingombrante ombra del padre, Vespasiano, inventore dei gabinetti pubblici a pagamento giustificati dal pragmatico “pecunia non olet”, il denaro non puzza, oltre che committente di quel mausoleo alla barbarie e alla crudeltà che è stato l’Anfiteatro Flavio, cioè il Colosseo.  Tito, su ordine del padre, aveva già messo fine all’endemica guerra contro gli ebrei distruggendo Gerusalemme, rendendo schiavi 100.000 dei suoi abitanti e disperdendo gli altri, così come era stato costretto a troncare la propria relazione con Berenice, bellissima figlia dell’ultimo re di Giudea evidentemente afflitta da una forma ante litteram della “sindrome di Stoccolma”.

pompei

Quello che nel 79 d.C. divenne padrone dell’impero era un uomo malinconico, consapevole del fatto che, dei 9 imperatori che l’avevano preceduto, solo Augusto e Vespasiano erano morti per cause naturali, e non poteva immaginare che il suo impero sarebbe durato solo 2 anni, per giunta funestati da una devastante eruzione del Vesuvio, da un incendio di grandi proporzioni nella capitale e dalla pestilenza che avrebbe finito per uccidere anche lui. Il 24 giugno 79 d.C. l’eruzione del Vesuvio cancellò due cittadine, Pompei ed Ercolano, causando oltre 2000 morti.  All’epoca Pompei aveva 15.000 abitanti, e si trovava al centro di tutte le attività della zona, tanto da disporre di un anfiteatro della capienza di 20.000 posti. Tito dopo l’eruzione la visitò due volte, calpestando incredulo le ceneri omicide che avevano ucciso anche Plinio il Vecchio, comandante della flotta alla fonda nel porto di Pozzuoli, accorso per prestare aiuto, e si dimostrò all’altezza finanziando di tasca propria l’assistenza agli sfollati, così come, 2 anni dopo, sarebbe sceso fra i malati della pestilenza restandone contagiato. Il tempo seppellì Pompei, cristallizzandola nell’oblio e custodendone le incredibili bellezze artistiche.  E’ stata la sua riscoperta a segnare l’inizio di una fine che è diventata cronaca.  Pompei si sgretola, e questo sgretolarsi non è la malattia, ma il sintomo di un’incuria che nel nostro Paese è regola.  L’Italia vive millantando crediti quali la maggior parte delle opere d’arte presenti nel mondo, il più bel paesaggio, il clima migliore.  Lo diciamo credendoci, confortati dagli sciami di viaggiatori del turismo “spendi e fuggi” che guardano senza vedere, scattando ognuno centinaia di foto nel peana della ritrattistica del nulla fatto consumo, l’arte intorno diventata scenografia muta. Si sgretolasse solo Pompei.  “La maggior parte delle opere d’arte al mondo” è un dato quantitativo e bugiardo, privo di senso se al quanto e al cosa, che pure sono parametri reali, non viene affiancata la realtà del come.  Basta andare all’estero per accorgersi quanto praticamente ovunque si cerchi di dare la parola perfino ai sassi più anonimi, mentre noi viviamo fra le nostre reliquie senza conoscerle e senza vederle. Riguardo il paesaggio più bello del mondo, poi, forse una volta.  Attraversare la penisola è un continuo incontrare colate di manufatti in cemento che grondano dai dirupi meno edificabili fino sulle rive del mare, occupando golene e zone vulcaniche, schiacciandosi sotto montagne spogliate e franose, l’abusivismo dei piccoli e la speculazione dei grandi alleate per trasformare immiserendo.  E’ girando il mondo che possiamo dire che ci è rimasto solo il clima. Pompei è un miracolo.  Disseppellirla ha tolto alla comprensione della Storia molte approssimazioni.  Ciò che gli autori romani hanno lasciato scritto sulla civiltà degli albori del primo millennio dopo Cristo è emerso come realtà palpabile da quegli scavi.  I turisti del “fotografa e passa oltre” percorrono quelle strade di sassi accompagnati dalla cantilena poco ascoltata delle guide, aspettando di poter finalmente vedere i calchi delle sporcaccionate di cui tanto si parla, e neppure si rendono conto che non stanno vedendo nulla.  Meglio: vedono transenne, porte chiuse, rozze impalcature rugginose, erbe corsare e sassi che perdono pericolosamente il proprio guanciale di malta.  Vedono sporcizia, e cani randagi dallo sguardo umido che stringe il cuore. Perciò la pioggia diventa sciagura per le antiche testimonianze di un’Italia sommatoria di miriadi di Pompei pronte a collassare, o franare, o scrostarsi, o allagarsi o ammuffire, nell’incuria cafona di chi ha ereditato una grande cultura e la ritiene un dato di fatto irreversibile. Se non siamo degni del nostro passato è perché meritiamo il presente che con voluttà presuntuosa e rozza ci ostiniamo a vivere, senza sapere né apprezzare e né custodire ciò che ci è stato affidato, al punto che sarebbe auspicabile che qualche governo a caccia di denari decidesse di vendere l’intero patrimonio artistico a quegli stranieri che saprebbero cavarci utilità e utili, visto che l’Italia pare essere l’unico paese del mondo civile in perenne bisticcio con la propria civiltà, dove è predominante il pensiero stupido e stupefacente che “con l’arte non si mangia”; il tutto in attesa che la prossima eruzione del Vesuvio ricopra i resti di Pompei, salvandoli, e trasformi in archeologia dell’ignoranza le migliaia di abusi edilizi che un paese in rissa continua con l’etica è stato capace di infliggersi nella prepotenza, nella corruzione  e nel più deleterio dei buonismi. 

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