15. LA BRUTTA FINE BAGNATA DEI GIOIELLI DI CORNELIA

 Se c’è una parola di cui i libri di Storia fanno cospicuo abuso è “civiltà”.  La Storia non è disciplina per linguisti, viene scritta con tutt’altro inchiostro, e se “civiltà” significa strade, ponti, acquedotti, terme e teatri, quella di Roma è stata senza dubbio una grande civiltà.  Ma quando questa “civiltà” porta con sé anche sgozzamento sugli altari dei condottieri nemici vinti, crocefissioni, schiavitù, cruente persecuzioni religiose e combattimenti mortali fra uomini a uso dei deliri delle folle, non si può dare torto a chi viene preso dalla tentazione di ridimensionarla. Pare che Cornelia, figlia di quel Scipione l’Africano che aveva sconfitto Annibale, per rispondere a un’amica in visita che, dopo avere esibito il proprio gioiellume da passeggio le chiedeva di mostrarle qualcosa di altrettanto prezioso, avesse chiamato i figli Tiberio e Caio per dire: «Questi sono i miei gioielli.»  Vero o no, l’aneddoto mette in luce il carattere dell’animatrice della vita culturale della Roma del II secolo avanti Cristo, nel cui salotto il meglio della intellighenzia “liberal” si incontrava, sintesi aristocratica di una società nello stesso tempo evoluta e crudele. I “gioielli” di Cornelia in realtà sarebbero stati 12, ma 9 erano morti in tenera età, cosa per i tempi normale.  Dei tre sopravvissuti, l’unica femmina sarebbe passata agli annali solo in quanto sospettata dell’omicidio del marito; ben altro, invece, la Storia avrebbe riservato agli altri due, Tiberio (162-133 a. C.) e Caio (154-121 a. C.). Tiberio (Tiberio Sempronio Gracco) s’era distinto in giovanissima età durante l’assedio di Cartagine, concluso con la distruzione della città e le consuete efferatezze sugli inermi.

cornelia dei gracchi

Ma il suo destino stava nella politica, di cui seppe percorrere le tappe fino a diventare, nel 133 a.C., tribuno.  Senza entrare nei dettagli del sistema politico dell’Urbe, caratterizzato da un intersecarsi di pesi e contrappesi istituzionali che potevano tradursi in raffiche di veti contrapposti, va detto che i tribuni, in carica nel numero di due, avevano appunto diritto di veto sulle leggi a loro giudizio lesive degli interessi del popolo minuto, di cui erano rappresentanti.  Si trattava quindi di una carica che spesso entrava in conflitto con la componente più conservatrice della società romana, cioè il Senato. Tiberio aveva potuto rendersi conto della crisi economica causata dal latifondo agricolo, e cercò di porvi rimedio.  Il grano prodotto in Sicilia, Sardegna, Spagna e Nord Africa, frutto del lavoro di moltitudini di schiavi procurati attraverso le conquiste e non retribuiti, stava provocando la rovina dei piccoli coltivatori diretti, che si vedevano costretti a vendere le loro fattorie ai latifondisti, ampliando così le dimensioni del fenomeno. Tiberio con la “Lex Sempronia” propose di vietare a qualunque cittadino di possedere più di 125 ettari, portati a 250 se padre di due o più figli, per trasformare le parti eccedenti in poderi di 5 ettari da distribuire ai meno abbienti.  Il Senato si oppose, accusando Tiberio di mire dittatoriali e mettendogli contro l’altro tribuno, Ottavio, ma Tiberio portò la legge ai Comizi Tributi, che avevano il potere di approvarla, e fece destituire Ottavio perché incompatibile con gli interessi del popolo.  Sicuro, a tribunato scaduto, di finire arrestato e processato per “perduellio”, in pratica attentato alla Costituzione, al termine del proprio mandato Tiberio, nonostante fosse vietato dalla legge, si ricandidò.  Mal gliene incolse.  Presagendo il peggio, il giorno delle elezioni si presentò davanti al Tempio di Giove vestito a lutto e circondato da una guardia armata di fedelissimi.  Non fu sufficiente.  Un gruppo di senatori capeggiati da Scipione Nasica lo assalì uccidendolo a randellate.  Com’era nelle consuetudini politiche della “civiltà” di Roma si aprì la caccia ai suoi sostenitori, che finirono linciati a centinaia e gettati nel Tevere.  Cornelia, con dignità, chiese solo di poter ripescare il cadavere del figlio per dargli sepoltura, ma il permesso le venne negato, perché nella “civiltà” romana c’era anche questo. Nel 123 a.C. venne eletto tribuno Caio (Caio Sempronio Gracco), che decise di estendere la “Lex Sempronia”, che stava dando buoni risultati, creando nuove colonie agricole nel Sud e in Africa.  Ciò riaccese i furori dei latifondisti, che misero in allerta il loro referente politico naturale, cioè il Senato.  Più avveduto del fratello, Caio riuscì a farsi eleggere una seconda volta, ma anche lui commise un errore che gli fu fatale, proponendo di estendere la cittadinanza romana ai latini e quella latina agli italici, con il sovrappiù dell’intenzione di far nominare 300 nuovi senatori di estrazione popolare da affiancare ai 300 titolari frutto di nobili lombi. Il Senato, che già aveva dovuto ingoiare un prezzo politico del grano pari a metà di quello di mercato in favore delle classi più povere, reagì alla propria maniera, aggredendo in armi Caio e costringendolo alla fuga.  Raggiunto mentre stava cercando di attraversare a nuoto il Tevere, venne ucciso e decapitato. Mentre il popolino di cui era stato il difensore gli saccheggiava la casa e i suoi sostenitori finivano trucidati a migliaia, a Cornelia, che aveva messo il lutto, venne ordinato di toglierlo.  Come dire che a Roma le virgolette di “civiltà” per oltre mille anni altro non hanno fatto che essere sponda dei fiumi del vero inchiostro con cui si scrive la Storia, cioè del sangue.

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