16. ELEONORA DE FONSECA E L’ESTREMO OLTRAGGIO SUL PATIBOLO

Se in ogni essere umano esistesse senno sufficiente a giustificarne la fama di animale intelligente la Storia non esisterebbe, perché normalità e buonsenso non hanno bisogno di essere messi per iscritto e sarebbero in ogni caso noiosi da leggere.  La scintilla che mette in moto la Storia parte ogni volta dagli uzzoli di imbecilli e criminali, le cui gesta vengono celebrate con una condiscendenza formale tale da fare a volte dimenticare che di imbecillità e crimini si tratta.  Va da sé che in questo panorama, nel quale il lupo soltanto rare volte non riesce a divorare l’agnello, possono emergere figure fatte grandi dalle altrui bassezze.
Una di queste è Eleonora de Fonseca Pimentel (1752-1799), romana dalle nobili origini portoghesi, poliglotta e di raffinata cultura, sposatasi con un ufficiale napoletano tanghero e per giunta violento, che a suon di botte le causò due aborti.  Morto l’unico figlio sopravvissuto alla selezione preventiva paterna e finalmente separatasi, divenne curatrice della biblioteca della regina di Napoli, Maria Carolina d’Asburgo, moglie di Ferdinando IV di Borbone.  Le due donne strinsero un’amicizia che però non resse agli eventi che si susseguivano in Francia, culminati con la decapitazione di Maria Antonietta, che della regina di Napoli era sorella.
Maria Carolina ha sempre goduto di cattiva fama, ma le cose vanno contestualizzate.  Figlia della prolifica Maria Teresa d’Austria, bacchettona illuminata che diede al proprio Paese fior di imperatori, era stata educata con le sorelle in funzione dello scopo al quale venivano destinate le principesse: accasarsi svogliatamente con qualche svogliato rampollo di casa regnante, meglio se destinato al trono, partorire nobili discendenze e avvalersi del sottinteso uso di cornificare con discrezione il coniuge, che non si sarebbe risparmiato nel fare altrettanto senza però discrezione alcuna.  Questo il gioco e queste le sue regole.

4 eleonora de fonseca_sPer giudicare perciò Maria Carolina, finita sedicenne a Napoli fra le braccia di un re brutto e senza qualità, occorre capire che una sorella detronizzata, incarcerata, umiliata, privata dei figli, resa vedova, processata e ghigliottinata non è il miglior viatico per la comprensione nei confronti degli autori di tutto ciò e, soprattutto, dei loro emuli.
Sulla spinta delle cattive nuove portate dalle campagne napoleoniche, nel 1798 Eleonora de Fonseca, ormai in disgrazia per le proprie idee progressiste, venne incarcerata con l’accusa di giacobinismo, e liberata agli albori della effimera Repubblica Napoletana che aprirà le porte ai francesi.  Eleonora diventerà l’appassionata portavoce del nuovo corso attraverso il “Monitore Napoletano”, periodico da lei diretto dal febbraio al giugno 1799.
La Repubblica Napoletana faceva capo a personalità di grande valore fra le quali Mario Pagano, Vincenzo Russo e Domenico Cirillo, penalizzate però da un idealismo che celava la poca conoscenza del popolo che intendevano governare.  La loro buona fede faceva il paio con uno scarso senso pratico, sicché vennero allontanati dai già poco efficienti e molto corrotti uffici pubblici gli elementi monarchici, provocando la paralisi amministrativa, e si cercò di abolire il latifondo, in una società intrisa di parassitismo di cui il latifondo faceva da struttura portante.  La stessa Eleonora diffondeva idee che un popolo analfabeta abituato a ogni intrallazzo non poteva capire.
La riscossa dei Borboni fu micidiale.  Fuggiti a Palermo il re e la regina, il cardinale Ruffo organizzò le proprie milizie sanfediste, fra le quali si distinguevano briganti quali Mammone e Michele Pezza detto Fra’ Diavolo, mentre i francesi si ritirarono, lasciando la Repubblica al proprio destino.  I “lazzaroni”, punta di diamante della teppaglia tipica di ogni turbolenza storica antica e moderna, si diedero al linciaggio dei repubblicani.  I capi della Repubblica Partenopea il 23 giugno accettarono di arrendersi al Ruffo sotto garanzia di vita e libertà, ma l’ammiraglio Nelson, amante di Emma Hamilton, moglie dell’ambasciatore inglese e nuova amica del cuore di Maria Carolina, per amore si disonorò ignorando i patti e facendo addirittura impiccare sulla propria nave l’ammiraglio Caracciolo, con la bella Emma che da una barca assisteva per poter riferire i dettagli alla regina.
Oltre ai repubblicani linciati, 119 furono processati e giustiziati.  Eleonora de Fonseca, dapprima illusa da una promessa di esilio, venne condannata a morte.  Nonostante chiedesse di essere, in quanto nobile, decapitata, il 20 giugno 1799 finì impiccata sulla Piazza del Mercato.  L’esecuzione rispecchia il clima di brutalità imperante.  Prima di essere avviata al patibolo alla poveretta vennero fatte togliere le mutande, forse su disposizione della regina.

Non si sa se fu per un proprio moto di pietà o per regale ripensamento che il boia, all’ultimo momento, legò la veste della donna all’altezza delle caviglie.  Fu impiccata per ultima, dopo avere assistito all’agonia di altri sette condannati.  Il popolume, che sapeva della mancanza delle mutande e pregustava il ludibrio, ci restò male.  Le ultime, nobilissime parole di Eleonora che citava Virgilio, caddero fra le urla e le intimazioni al boia perché togliesse il laccio dalle caviglie.
Sotto la forca ci furono canti e balli, a testimonianza del fatto che la Storia sa sempre cavare il peggio dagli “animali intelligenti”, altrimenti non ci sarebbe di che scriverne.

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