In via San Rocco c’è il Pronto Soccorso delle bambole

La bambola è il più antico simbolo della maternità e quindi dei ritmi della vita ma anche feticcio, rappresentazione fisica della divinità, oggetto d’arte, qualche volta anche simbolo sessuale. Egizi, greci e romani, e prima ancora le popolazioni preistoriche, costruirono bambole in argilla, in osso, in legno, e ne troviamo di raffinatissime nelle tombe ad accompagnare il lungo sonno di bambini molto amati in vita.
Dal 1500 divennero oggetti d’arte nelle corti europee, ricche di pietre e vestiti preziosi, apprezzate dalle famiglie reali che le trasformarono da giocattolo a regali per le loro favorite e in manichini per illustrare acconciature, stoffe, gioielli, calzature: le top model dell’epoca.
Poi agli inizi dell’Ottocento, anche le bambole risentirono dell’arrivo dell’industrializzazione e divennero una merce di largo consumo. Cambiano le materie prime, si passa alla porcellana lucida, in particolare per i visi e le mani, che consente di essere lavorata in modo tale da donare una parvenza di incarnato vero: gote rosee, labbra rosse, ciglia folte. E poi la tecnologia tedesca, a Norimberga, consentì occhi semoventi e vocine petulanti.
Già alla fine del 1700, un italiano, Domenico Pierotti, aprì in Inghilterra la prima fabbrica di bambole artigianali in serie e il francese Emile Jumeau fu tra i primi produttori di bambole  di porcellana e biscuit. Oggetti ormai di alto antiquariato per collezionisti facoltosi.
Alla fine della prima guerra mondiale nacque a Torino la fabbrica Lenci, geniale produttore
di bambole di stoffa che per tutto il Novecento furono le compagne di milioni di bambine in tutto il mondo.

negozio bambole
Ma poi negli anni Sessanta scoppiò il fenomeno Barbie (al secolo Barbara Millicent Roberts) e fu la rivoluzione: non più figliolina da accudire ma amica, confidente, modella, ricca adolescente e poi giovane signora da invidiare e imitare. Gli anni erano quelli: rampanti, pieni di speranze e di desideri, proiettati verso la ricerca di successo e denaro. Barbie era ed è ancora tutto questo: un inno al consumismo. Cambiava vestiti per ogni occasione, indossava pellicce e gioielli, si spostava su auto di lusso, cambiava casa e arredamento, e le bambine di tutto il mondo pagavano e sognavano di essere come lei!
Quello che non cambiava mai era il fidanzato: un tipo insipido di nome Ken che però aveva il compito di tranquillizzare sulle sue tendenze sessuali. Non risulta che abbiano mai avuto figli. Ancora oggi Barbie e suoi accessori sono i giocattoli più venduti.
Le bambole hanno sempre avuto anche un lato inquietante agli occhi degli adulti. Quei visi perfetti senza età, quegli occhi sgranati ma privi di espressione, quelle braccia rigide sempre tese in avanti verso abbracci impossibili, quei vestiti eccessivi, quei pianti e quelle invocazioni metalliche hanno solleticato e sollecitato la fantasia di musicisti (dalla bambola meccanica dei Racconti di Hoffmann di Offenbach a quella che non ha ancora smesso di girare di Patty Pravo) e di scrittori sino ad arrivare alla Bambola Assassina di una serie horror americana in cui tutte le paure del subconscio trovano una rappresentazione a colori su grande schermo!

bambola assassina

Ma tutte le bambole, di porcellana, di pezza, di celluloide, di bisquit, ad un certo punto della loro vita per vecchiaia o per gli sfregi delle loro dolci padroncine, hanno bisogno di essere aggiustate, rimodellate, rivestite, ricostruite. Ed è molto difficile, ormai, trovare chi lo fa.
Noi abbiamo scoperto un piccolo, attrezzato “Ospedale delle Bambole” in via San Rocco 8, nella zona più caratteristica del borgo antico di Porta Romana, dove opera Giusy De Carlo, una appassionata signora dai molti interessi.
Abbiamo incontrato Giusy e sua madre, la signora Cecilia, nel loro piccolo atelier. Lo spazio è tutto occupato da bambole di tutte l’età, dimensioni, nazionalità ma anche da orsacchiotti, statuine, carillon in legno dipinto e poi pezzi di ricambio: gambe, piedini e mani di bambole, bambolotti e pigotte. E ancora vestiti, stoffe, cartoni e minuscoli appartamenti perfettamente ricostruiti.

Giusy con sua madre lavora su un tavolo quadrato al centro del negozio, cucendo vestiti,  dipingendo facce, ricostruendo dita, nasi, braccia spezzate: sono sarte, chirurghi plastici e ortopedici dei loro pazienti inanimati. Le bambole vengono ricostruite nello studio ricorrendo a stampi o a pezzi originali scovati nei mercatini di piccolo antiquariato: un lavoro delicato e meticoloso che Giusy ha appreso, quasi per caso, durante un suo soggiorno in Francia che le ha cambiato la vita.
Giusy De Carlo ci riceve dicendoci subito ”Non cambierei questo lavoro per niente al mondo. Guadagno poco, ci sono sempre meno clienti, le tasse sono alte ma io, finché posso, non mi muovo da qui”. Giusy, una insospettabile laurea in economia e commercio alla Cattolica, è  un’artista/artigiana: dipinge, decora, trasforma materia informe in visi, mani, occhi, vestiti, capelli e ridà nuova vita ad oggetti che sono stati importanti per chi, un tempo, li ha posseduti ed amati. Non solo bambole, ma peluche spelacchiati e senza un occhio, macchinine di ferro arrugginite, giostre e ballerine di legno che si muovono al ritmo di un carillon scarico, statuine di porcellana sbrecciate. ”Difficoltà molte, però la mia laurea, consentendomi di fare qualche consulenza saltuaria, mi serve per rimpolpare le finanze. Ma sono felice solo quando ritorno qui e mi siedo al mio tavolo di lavoro. Di tutto il resto non rimarrà niente invece un mio quadro, la bambola che ho ricostruito o rivestito, il mio disegno, ciò che costruisco con le mani, cambierà padrone e casa ma continuerà a vivere, unico nel tempo. E questo è il significato profondo dell’essere artigiano”. “E poi – prosegue Giusy – devo dire che, oltre al passaparola che è fondamentale, Internet mi è servito per promuovere il mio lavoro non solo in Italia ma anche all’estero e sto ricevendo richieste di interventi dall’Inghilterra, per esempio, dalla Svizzera, dall‘Olanda. I miei prezzi sono onesti, le ricostruzioni accurate e si rifanno agli originali in ogni dettaglio. In più ci metto passione ed esperienza”.
Prima di salutarci Giusy ci rivolge un appello che giro a voi lettori: ”Se avete bambole, pupazzi, giochi antichi in legno ecc… di cui volete disfarvi, chiamatemi: potrebbero interessarmi. Se invece volete riparare una bambola, venite a trovarmi o mandate una foto, descrivete il danno e riceverete a stretto giro di posta la diagnosi, il costo e i tempi dell’operazione. Perché – conclude Giusy De Carlo – il mio è un laboratorio anomalo. Io creo, riparo, vendo e compro ma soprattutto questo piccolo spazio è la mia vita”.

Francesco Tosi

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