Dallo “strascèe” al cassonetto per la raccolta dell’usato

Il mestiere dello stracciaio nacque con l’introduzione in Europa delle prime cartiere da parte degli Arabi nel XII secolo. La materia prima per fare la carta era formata da stracci di cotone, lino e canapa che venivano  raccolti, puliti e avviati al macero e quindi alla produzione di carta. La figura del cenciaiolo divenne così importante per l’industria cartaria che al raccoglitore di stracci venne garantita, dallo Stato, la tutela professionale.
Ed è curioso come una figura così poco considerata socialmente sia stata alla base della divulgazione della cultura letteraria e nel contempo così importante per l’economia dei luoghi dove ha operato da meritarsi un monumento in bronzo alto 2 metri e 8 centimetri in una delle piazze di Gambettola in Romagna. 11 unrosetoinviacerreto_strascee

Lo stracciaio arrivava almeno due volte l’anno, in primavera e in autunno, nei cortili delle  case di periferia ma anche nelle  portinerie dei palazzi patrizi del centro. Trascinava  una carretta a mano o tirata da un asino malandato che con il progresso sarebbe diventata una bicicletta o un  furgoncino sgangherato. Il carico, dotato di una stadera per pesare le merce, alla prima occhiata sembrava una allegra accozzaglia di colori, ma, a un più attento esame, risultava essere una montagna maleodorante di vestiti vecchi, biancheria slabbrata, coperte stinte, cappotti e cappelli luridi e poi anche vecchie pignatte, pelli di animali ecc…

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Lo strascèe attirava l’attenzione con grida sempre uguali e aiutandosi con una trombetta.  I suoi richiami erano così acuti e prolungati che le sue grida divennero, nel tempo, sinonimo di rumori molesti e maleducati: “Abbassa la voce: gridi come uno stracciaio!”
Iniziava così la contrattazione che si risolveva in un vero e proprio baratto cui partecipava tutto il cortile: un pezzo di sapone per un chilo di tessuto di lana, un etto di caramelle o dieci biglie  per due coperte di cotone, candeggina e lisciva per due pelli di coniglio e così via.

E poi un bicchiere di vino non si rifiutava mai… il che, alla fine della giornata dalle molte tappe e dai molti bicchieri, diventava  ragione di liti famigliari.

Lo strascèe non andava confuso con il rottamatt che invece ritirava per lo più oggetti da sistemare e da rivendere o da fondere, anche se a volte i due mestieri si sovrapponevano. Lo stracciaio differenziava la mercanzia e poi rivendeva gli stracci meno nobili alle cartiere che li trasformavano in carta. Mestiere pericoloso quello dello stracciaio se consideriamo le malattie e le epidemie che si  sviluppavano maneggiando indumenti contaminati da malati, morti, sporcizia e incuria.

Ora in nome del progresso la carta la si fa distruggendo le foreste dell’Asia e dell’Africa, un po’ meno dell’Amazzonia. Gli stracci ci sono ancora, più di prima, ma fanno un altro cammino, meno romantico, e non sono più destinati alla produzione di carta.

Si stanno sempre più espandendo sul territorio nazionale il numero di cassonetti gialli per la raccolta di indumenti usati, gestiti da organizzazioni umanitarie, come Humana, Caritas, Dona Valore ecc… in accordo con gli Enti Pubblici e realizzati da cooperative di settore. Dopo una selezione degli indumenti, si passa a una cernita e quindi alla igienizzazione e alla commercializzazione o alla donazione a persone bisognose e quindi può essere che il vostro cappotto venga indossato dall’extracomunitario del Ghana in un freddo inverno torinese o che l’abitino a fiori di vostra figlia stia a pennello a una ragazzina kurda.

Chiariamo, però: una parte sostanziosa di ciò che voi infilate nel cassonetto non verrà mai indossato da chi ne ha bisogno, ma verrà venduto a distributori internazionali che lo immetteranno nei  mercati dell’usato sia in Europa che nel resto del mondo e solo una parte del fatturato verrà utilizzato per ragioni  umanitarie.
Così, come è capitato, potrete trovare un vostro capo di abbigliamento, che avevate inserito nel cassonetto giallo, convinti che avrebbe protetto un clochard milanese, in vendita al mercato di Chichicastenango a 2100 metri di altezza sulle  montagne del Guatemala!

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La raccolta è quindi in realtà un veicolo per avere denaro a disposizione anche per finanziare progetti umanitari.
Ma il vero business riguarda la vendita ai piccoli negozi dell’usato, alle società come pezzame industriale o per il recupero dei tessuti  (Prato, e negli ultimi anni ancora di più con l’arrivo in massa di operatori cinesi, è l’esempio di una economia, ora sempre più in affanno, basata sul riciclo tessile).
Certo il sistema distributivo un po’ farraginoso, i passaggi di proprietà, gli appalti difficoltosi, gli interessi privati sono tutti elementi che rendono questo mercato allettante anche per organizzazioni criminali.
Interessante a questo proposito una inchiesta del marzo 2014 di Altroconsumo che si chiede ”Che fine fanno gli abiti che getti nei cassonetti? Il fine di chi se ne occupa è quello di donarli, rivenderli per una buona causa o riciclarli. Ma c’è anche chi potrebbe usare i tuoi abiti per i propri guadagni illeciti” e invita a visionare, nel suo sito “altroconsumo.it”, un video per riconoscere i cassonetti sospetti e quelli  regolari. E’ importante comunque assicurarsi che il cassonetto appartenga a un servizio autorizzato e che siano indicati recapiti telefonici, siti web e l’indicazione della finalità dell’iniziativa. Comunque la raccolta attraverso i cassonetti ubicati nei Comuni italiani porta per 50-70% alla rivendita per ottenere fondi per donazione ai bisognosi, per il 20-30% al riciclo  e per il 10% allo smaltimento. Ad oggi siamo, anche in questo caso, sotto la media europea per quanto riguarda la raccolta che è di circa un chilo e mezzo a persona sul territorio nazionale. Se ben organizzata e più pubblicizzata potremmo raggiungere la media di 5 chili all’anno per persona con benefici per l’ambiente e la ridistribuzione delle risorse. Sempre da uno studio di Altroconsumo: “Riciclando un chilo di vestiti smessi potremmo risparmiare 6000 litri di acqua, 200 grammi di pesticidi e 300 grammi di fertilizzanti.”
Nulla di più lontano dal contesto in cui operavano gli antichi strascèe milanesi, gli stracciaroli romani e i cenciaioli fiorentini… ma così va il mondo!

Japanese video

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