Un’eccellenza del giornalismo lombardo e della Zona 4: Enzo Creti

di Alberto Tufano

Il nome di Enzo Creti è legato indissolubilmente agli ultimi 30 anni del giornalismo RAI in Lombardia: radiocronista da Milano per Tutto il Calcio Minuto per Minuto, responsabile della famosa rubrica Taca la Bala, Taca El Balùn e di Oggi Sport, con Antonella Clerici; poi Direttore del TG3 Lombardia e dello Sport della stessa Testata. Insomma, un curriculum che potrebbe mettere soggezione; ma lui sdrammatizza immediatamente l’atmosfera: “Datemi del tu!” dice a me e al collega Luca Cecchelli che mi ha voluto accompagnare, data la caratura del nostro ospite. E quella che noi immaginiamo possa essere una Lectio Magistralis di giornalismo si trasforma ben presto in un’amabile chiacchierata tra amici, piena di aneddoti: una Lectio Magistralis sì, ma di vita meneghina. Bando alle ciance, dunque. Il modo migliore per rendere onore a un personaggio così pieno di umanità è farvi leggere le risposte che ci ha dato.

7 Enzo Creti

Direttore Enzo Creti, a marzo compirà 67 anni: quale regalo vorrebbe?
Vorrei un po’ di serenità, che è una conquista in tempi come questi; poi vorrei che voi mi deste del tu, perché non ho mai amato i parrucconi che se la tirano e, anzi, mi piace non prendermi mai troppo sul serio. Il regalo più bello, se vado un po’ indietro con la memoria, me lo fece Renato Pozzetto quando mi disse, in occasione del funerale del nostro comune amico Beppe Viola: “hanno provato in tanti a imitare quello lì, ma tu sei quello che gli somiglia di più per autoironia, simpatia e intelligenza”. Ecco, quella frase mi fece felice; e spero di essere stato, sia pure in minima parte, degno di quella investitura con il mio percorso professionale e di vita. Vorrei che fosse il mio epitaffio.

Qual è stato il tuo esordio?
Devo tutto a un signore che si chiamava Gianni Brera, che ha visto in me delle qualità e mi ha aiutato a valorizzarle. In realtà io volevo fare l’avvocato, mentre mio padre insisteva che diventassi dottore commercialista e mi iscrisse alla Bocconi. Servì anche quella, soprattutto perché era vicina a Gattullo…

La pasticceria Gattullo?
Proprio quella. Negli anni dei miei studi al Berchet, prima, e in Bocconi, poi, era uno dei punti di riferimento del nostro gruppo di cazzeggio: io, Pozzetto, Beppe Viola, Enzo Jannacci facevamo tutti la spola tra la Gattullo e il Derby, il teatro di cabaret che ha sfornato il meglio della comicità milanese di quella generazione. Io a diventare giornalista non ci pensavo proprio in quegli anni, anzi vedevo più una carriera nel marketing e nella pubblicità. Il mio primo lavoro, infatti, fu proprio in un’agenzia di comunicazione, la Roland Berger International Marketing Consultants. Servì anche quello, perché mi diede il giusto approccio al mondo dell’informazione che mi servì in RAI nel 1986, quando entrai e cominciai a fare gavetta con un altro grande: Gianni Vasino.

Milanese al cento per cento anche nelle frequentazioni, dunque?
Io sono nato a Milano, ma la mia famiglia è di origine pugliese, di un paesino in provincia di Brindisi che si chiama Carovigno, vicino a Ostuni. Sono orgoglioso di essere nato a Milano, ma non rinnego le mie origini o la cultura terrona (sorride, ndr); poi, sì, ho avuto la fortuna di far parte di quel gruppo di amici.

A chi ti sei ispirato come giornalista quando hai iniziato?
Beppe Viola era il mio punto di riferimento, oltre che l’autentico faro di quel gruppo del Derby. Viola era anche un autore, pure teatrale, e un personaggio di grande carisma. Nelle cucine di Gattullo e tra le poltrone del Derby sono nate poesie, canzoni, articoli e libri tra storie, storiacce e grandi risate. Essere come Beppe era impossibile, ma cercare di assomigliare a lui era già di per sé un bell’obiettivo. Lui era uno anche scomodo, ma originale e grandissimo.

Essere un bravo giornalista significa essere autoironici?
Brera e Viola erano personaggi che riportavano le parole dei grandi campioni senza fare troppe cerimonie; e per questo facevano bene il loro lavoro. Brera definiva i giornalisti troppo pomposi e seriosi “cachinni”. Alla larga, per carità!

Se dovessi dare un consiglio a un giovane che vuole fare il giornalista, cosa gli diresti?
Domanda difficile, anzi difficilissima. Oggi il panorama è molto cambiato: i Social network sono il trionfo del nullismo e anche l’Informazione paga pegno a questo nuovo andazzo, quindi consiglierei di fare un altro lavoro. Se, però, uno è pazzo come me ed è capace di non prendersi sul serio, allora gli direi “Buttati! Senza pensarci troppo!”. Così, solo per vedere l’effetto che fa.

A.T.

marzo 2015

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