27. ASSASSINARE LINCOLN SPROLOQUIANDO IN LATINO

Qualunque cosa possano pensare i troppi fautori dell’etica al tot per cento, un attentato contro persone indifese è gesto vile che nessuna causa, per quanto in teoria giusta e nobile, dovrebbe giustificare.  La Storia però, degna figlia delle contraddizioni e delle crudeltà degli uomini, non conosce etica, e le pagine dei suoi libri sono dense delle cronache di atti che, a seconda del punto di vista, vengono considerati come eroismi intrisi di spirito patriottico o esecrabili crimini.

Quando la sera del 9 aprile 1865, alla notizia della resa dell’esercito confederato degli stati del Sud, il presidente Abramo Lincoln (1809-1865) si affacciò acclamato dalla folla a un balcone della Casa Bianca e chiese alla banda sottostante di suonare in segno di pacificazione anche “Dixie”, cioè la canzone diventata l’inno del Sud (quello del Nord era “John Brown’s body”, ispirato all’abolizionista che nell’ottobre 1859 occupò l’arsenale di Harper’s Ferry e venne condannato all’impiccagione),  i membri più radicali del suo stesso partito repubblicano trovarono un nuovo motivo per storcere la bocca.
Già avevano incassato con disappunto, l’anno precedente, la rielezione di Lincoln alla presidenza, dopo avere tentato di non farlo ricandidare giudicandolo troppo generoso verso il nemico, e quell’atto di distensione musicale diventava un’altra prova della fondatezza dei loro timori.
Lincoln, dopo quattro anni di guerra (12 aprile 1861 – 9 aprile 1865), stava manifestando nei confronti degli stati ribelli propositi di indulgenza in contrasto con gli interessi del poderoso capitalismo del Nord, che avrebbe voluto trattare i vinti alla stregua di colonie da sfruttare.
Dietro la guerra c’erano state concezioni economiche contrapposte, il Nord che con leggi protezionistiche salvaguardava dalle importazioni dall’estero i propri prodotti industriali, il Sud che viceversa, per poter vendere i propri prodotti agricoli, sentiva come vitale il libero scambio, ed era geloso delle autonomie di cui godeva e che rischiavano di venire messe in discussione.  La tanto temuta abolizione della schiavitù avrebbe poi avuto tali conseguenze sull’economia degli stati meridionali, il cui asse portante era la coltivazione del cotone cui venivano destinati gli schiavi che non percepivano remunerazione alcuna, da ridurli al tracollo.  Da qui la secessione, e il conseguente conflitto che sarebbe costato oltre mezzo milione di vite.

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Queste le premesse, seguite da un succedersi di avvenimenti dai risvolti inquietanti e tali da dare adito a ogni possibile ipotesi complottista.  Certo complotto ci fu, ordito da un gruppo di individui socialmente ai margini che si riunivano a Washington nella pensione della vedova Surratt e che, sotto la guida John Wilkes Booth, decisero di uccidere il presidente Lincoln, il vicepresidente Johnson e il ministro Seward.  Il fatto che il ventottenne Booth, individuo dalle idee vagamente secessioniste, nelle fasi preparatorie degli attentati avesse speso per il mantenimento del gruppo la cifra di 4000 dollari, spropositata per le sue finanze di attore disoccupato, è tale da far nascere i primi dubbi.
Gli attentati contro Johnson e Seward fallirono, mentre Booth, che aveva anche effettuato un sopralluogo nel palco n.7 del Teatro Ford dal quale il presidente avrebbe assistito alla commedia di Tom Taylor “Il nostro cugino americano”, riuscì ad andare a segno.
La sera del 14 aprile 1865, venerdì santo, cinque giorni dopo la fine della guerra, Lincoln arrivò in teatro in compagnia della moglie a recita già iniziata, e incassò aprendo le braccia come a volersi scusare gli applausi del pubblico e degli attori.  In quell’occasione, anziché il fedele e scrupoloso Crook, aveva come unica guardia del corpo un certo Parker che, una volta ripresa la recita, non trovò di meglio che proteggere il presidente andando al bar e lasciando così via libera a Booth, che conosceva la commedia e sapeva che al termine di un monologo il pubblico avrebbe riso.
Fu appunto durante quella risata che spalancò la porta del palco, puntò una piccola Derringer a un colpo fra il collo e l’orecchio del presidente e, gridando “Sic semper tyrannis”, fece fuoco, dopodiché, assestata una pugnalata a un ufficiale seduto accanto alla signora Lincoln, si gettò sul palcoscenico sottostante, fratturandosi il piede sinistro.  Nonostante ciò riuscì a guadagnare l’uscita e a fuggire.

Il mattino dopo, alle 7.22, il presidente Abramo Lincoln spirò.
Di lì a pochi giorni Booth, sul cui capo era stata posta una taglia di 50.000 dollari, venne individuato in Virginia, in un fienile, stanato col fuoco e, nonostante stesse arrendendosi, ucciso con una fucilata sparatagli da un ufficiale dei servizi segreti, cosa che non può passare come dettaglio privo di significato agli occhi sempre attenti dei cultori del complottiamo politico, così come il fatto che l’agente Parker, che aveva protetto Lincoln standosene al bar, non venne né indagato in sede giudiziaria né punito in quella amministrativa.
Altri quattro congiurati, fra cui la signora Surratt, vennero in capo a pochi mesi condannati a morte e impiccati, come testimonia la documentazione fotografica dell’esecuzione.
Va da sé che l’omicidio di Lincoln, salutato dai repubblicani più radicali come “un vero dono del cielo”, divenne pretesto per imporre al Sud sconfitto misure che Lincoln, da quel gran signore che era, mai avrebbe applicato, altro che “Sic semper Tyrannis”.

Giovanni Chiara

  
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