29. “LA CORAZZATA POTËMKIN” È STATA ANCHE UNA NAVE

Quando una troupe televisiva si posizionò davanti a Montecitorio per domandare ai deputati in transito quando fosse stata scoperta l’America, parecchi alacri depositari delle istituzioni democratiche, forse perché spossati dal carico di lavoro cui li costringeva la massacrante attività parlamentare, diedero risposte annichilenti, e più di uno non esitò a collocare le caravelle di Colombo nel XIX secolo, in compagnia di Garibaldi e di Cavour.
Fermo restando che dai politici ci si dovrebbero aspettare competenze diverse – ma, accipicchia, d’accordo che con la cultura non si mangia, però un minimo di basi e un briciolo di buonsenso male non farebbero – rimane il fatto che la Storia accompagna sotto forma di vaga nube l’intera carriera scolastica di ognuno di noi, per dopo dissolversi nel grigiore dei cieli del non ricordarne più nulla.
Senza la tragica maschera erede della Commedia dell’Arte che è il ragionier Ugo Fantozzi, cartina di tornasole rivelatrice della nostra ilare spietatezza, in pochi saprebbero dire qualcosa della corazzata Potëmkin, che sarà anche il film di Eisenstein cui il povero Fantozzi si ribella pagandone traumatiche conseguenze, ma è stata soprattutto un prodromo della Rivoluzione Russa.
Il 27 giugno 1905 la corazzata era alla fonda nella baia di Tendra, di fatto imbottigliata nel Mar Nero essendo la via d’uscita del Bosforo controllata dai turchi, e perciò impossibilitata a portare sostegno alla flotta impegnata contro il Giappone.  La nave era stata rifornita con un carico di carne bovina maleodorante e piena di larve di mosca carnaria, la qual cosa suscitò durante il turno di mensa la rumorosa protesta dell’equipaggio.
Il comandante Golinov consultò allora il medico di bordo, che giudicò la carne di eccellente qualità.  Sul ponte di coperta di poppa, a equipaggio riunito, Golinov minacciò di denunciare presso il comando della flotta coloro che avessero ancora rifiutato di mangiare quella carne, e si ritirò nel proprio alloggio, convinto di avere la situazione sotto controllo.  Fu allora che entrò in scena il comandante in seconda Ghiliarovski, che diede ordine di identificare e fucilare i marinai ritenuti a capo della protesta.  Fu così che dodici membri dell’equipaggio finirono contro la murata al cospetto di un drappello di fucilieri, per il momento ancora arma al piede. A bordo delle navi zariste la brace della rivolta covava da tempo sopra apparentemente fredde ceneri, e il sottocapo silurista Matuscenko era fra i componenti di uno dei numerosi comitati rivoluzionari.  Si frappose fra i soldati del plotone d’esecuzione e i condannati, e arringò l’equipaggio spingendolo alla rivolta.  Vuotata l’armeria, solo il comandante in seconda Ghiliarovski affrontò gli insorti, uccidendo il marinaio Vakulinciuk e venendo a propria volta ucciso dall’ormai capo riconosciuto dei rivoltosi Matuscenko.
Dopo avere soppresso la maggior parte degli ufficiali, compresi il comandante e il medico, l’equipaggio ammutinato portò la corazzata nel porto di Odessa, dove era già in corso uno sciopero.  Il cadavere del marinaio Vakulinciuk venne esposto sulla sommità dei 240 gradini della scalinata Richelieu, che avrebbe dato alla storia del cinema la più drammatica sequenza mai girata, quella della carrozzina che precipita.

4 potemkin

I cosacchi dello zar, che già stavano fronteggiando gli scioperanti, accorsero e fecero fuoco, dapprima spopolando la scalinata gradino dopo gradino, e dopo rastrellando i dintorni, con il risultato di lasciare sul terreno centinaia di morti.  L’equipaggio della Potëmkin non nutriva però grandi ardori rivoluzionari.  Nonostante gli infuocati comizi di Matuscenko, la maggior parte dei marinai non sarebbe andata oltre la protesta contro il vitto, e dalla nave venne sparata soltanto qualche velleitaria cannonata a scopo dimostrativo, anche perché in una città di mezzo milione di abitanti non si sapeva a cosa poter sparare senza fare vittime fra la popolazione, né furono molti i marinai sbarcati che parteciparono di fatto ai moti.  All’arrivo di una flotta inviatale contro, la corazzata prese il largo e fendette le rotte delle navi zariste invitando alla rivolta, che infatti parve attecchire, tant’è che non le fu aperto il fuoco contro.  Ma era un’illusione, e la Potëmkin, ormai braccata, venne costretta a rifugiarsi in acque rumene e a gettare l’ancora nel porto di Costanza.  La nave fu requisita, e i membri dell’equipaggio ottennero asilo, mentre quelli che erano rimasti a Odessa durante le esequie di Vakulinciuk vennero catturati, processati e condannati chi alla forca e chi ai lavori forzati in Siberia, località il cui clima è stato ritenuto dai governanti russi di ogni epoca, dagli zar a Bresnev, ideale per raffreddare anche i più bollenti spiriti.
Matuscenko, evidentemente un puro di cuore come tutti i veri rivoluzionari, cioè un illuso, rientrò in Russia nel 1907 a seguito di una amnistia promessa dallo zar, e finì appeso a una forca, per quel “bravo tu che vai a fidarti” che potrebbe essere il sottotitolo di parecchie vicende che la Storia ama chiudere in modo deciso, tanto per versare la giusta dose di inchiostro sulle proprie pagine e non far morire di noia gli studenti, che del resto, immemori di tanta delicatezza, la condanneranno ugualmente a venire dimenticata, e quando si daranno alla politica faranno la figura che ogni politico che si rispetti, legato ai tempi dell’oggi, riesce a fare.  Quanto all’America, 12 ottobre 1492.

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