34. I “PARE” E I “SI DICE” CHE CI HANNO INFLITTO L’INNO DI MAMELI-NOVARO

“Pare” che quando nel 1960 l’allora presidente Giovanni Gronchi si recò in visita in Unione Sovietica, mentre passava in rivista all’aeroporto di Mosca il picchetto d’onore la banda, anziché l’inno nazionale italiano, abbia suonato “O sole mio”, e il “pare” è dovuto alla voglia di metterci una pietra sopra, dato il clima di imbarazzo creato per un viaggio iniziato sotto i peggiori auspici, visto che ci si trovava in piena Guerra Fredda, e occorre dire che, ammesso che il fatto sia vero, la censura governativa (cioè democristiana) ha dato prova di efficienza nel far passare la cosa quasi sotto silenzio.

Intendiamoci: i russi erano liberi di non conoscere l’inno italiano così come gli italiani non conoscevano quello russo.  Era questione di cerimoniale, e i soliti infaticabili dietrologi insinuarono che lo spartito napoletano fosse arrivato in mani e strumenti musicali sovietici per opera di qualche addetto della delegazione presidenziale al soldo di un Vaticano che, fedele alla propria indefessa missione di ingerire negli affari italiani, aveva osteggiato con toni da tregenda la visita del presidente Gronchi in Russia.
Gli inni nazionali hanno in comune testi obsoleti e tentativi inascoltabili di melodia, eccezione fatta relativamente alla parte musicale per Inghilterra, Stati Uniti, Germania e, ma sì, mettiamoci anche la Francia.  Non che la cosa sia di vitale importanza, ma l’Italia per l’inno avrebbe potuto disporre del meglio, e tanto per cambiare se lo è lasciato sfuggire.
“Dopo Nabucco ho avuto sempre scritture finché ho voluto” dichiarò Giuseppe Verdi in una lettera.  Avrebbe avuto anche qualcosa in più se, nel 1946, il gruppo di lavoro dell’Assemblea Costituente che aveva l’incarico di trovare un inno nazionale per la neonata Repubblica Italiana avesse dimostrato maggiore buonsenso, e non si fosse lasciato influenzare da logiche settarie.  La decisione di adottare come inno ufficiale il Canto degli Italiani, musica di Michele Novaro e parole di Goffredo Mameli, “pare” sia stata presa dal ministro della guerra Cipriano Facchinetti, estraneo ai blocchi contrapposti dei due principali partiti, che vedevano da una parte la Democrazia Cristiana e dall’altra il Partito Comunista Italiano, ma non è che la cosa sia avvenuta senza discussioni e pressioni esterne, almeno così “si dice”.

I brani musicali presi in esame erano quattro: La canzone del Piave, l’Inno di Garibaldi, il Canto degli Italiani e il Va pensiero.  I comunisti caldeggiavano la scelta dell’Inno di Garibaldi, con l’infuocato e un poco macabro “Si scopran le tombe, si levino i morti”, incontrando però l’opposizione degli altri, visto che quel “Va’ fuori d’Italia, va’ fuori stranier” sarebbe potuta sembrare una provocazione nei confronti degli Stati Uniti, che occupavano ancora militarmente la penisola perché, nonostante l’8 settembre e la Resistenza, l’Italia veniva considerata una nazione sconfitta della cui lealtà diffidare, e sotto questo aspetto gli inglesi erano più rigidi degli statunitensi.  La stessa cosa valeva per il “Non passi lo straniero” della Canzone del Piave, sulla quale anche i comunisti “pare” avessero da ridire per via dell’eccesso di patriottismo guerriero e, a detta dei maligni, per l’implicita preclusione ai cosacchi di Stalin di abbeverare i cavalli nelle fontane di Roma come invece a sinistra qualcuno avrebbe voluto.
Restavano lo stupendo coro del Nabucco di Verdi e la brutta marcetta di Novaro, cioè neppure stare a pensarci sopra.  Ma i “pare” e i “si dice” raccontano che contro il Va pensiero arrivò l’obiezione velenosa e risolutrice: quello era un coro di ebrei, cioè di deicidi, impensabile farne l’inno di una nazione cattolica che esponeva il crocifisso in ogni sito pubblico, comprese le scuole alle quali venivano anche imposte un’ora settimanale di religione cattolica e una messa di inizio d’anno con obbligo di partecipazione per alunni e insegnanti, conseguenza del capolavoro di abdicazione della coscienza nazionale laica voluto da Mussolini con i Patti Lateranensi firmati l’11 febbraio 1929, ricorrenza che per molto tempo avrebbe regalato agli studenti un giorno di vacanza dalle lezioni, e pazienza se si mandavano alla malora i valori risorgimentali.

4 - il canto degli italiani

Così il brutto Canto degli Italiani è diventato il nostro inno, parole del povero Mameli morto ventenne nel 1849 combattendo a Roma agli ordini di Garibaldi, con quel “stringiamci a coorte” che, per la maggioranza degli intervistati nel corso di più sondaggi condotti dal 1950 ai nostri giorni, sarebbe un invito a stringersi l’un l’altro nel cortile condominiale, e a questo punto è perfino da stupirsi che il due per mille abbia saputo definire la coorte “unità dell’esercito romano forte di sei centurie.”
Perciò, quando prima delle partite di calcio partono le bordate di fischi di prammatica contro il nostro inno, che da Canto degli Italiani è diventato Inno di Mameli, è meno irritante pensare che sia solo per la sua qualità.  Accantonato come inno patrio, invece, il Va pensiero ha avuto il proprio rilancio grazie alla Lega Nord, che ha dimostrato di avere gusto musicale, tanto che, se lo si vuole ascoltare, o si va alla Scala quando danno Nabucco (e non I lombardi alla prima crociata come credeva il senatur Umberto Bossi), oppure ci si reca sul prato di Pontida.  A proposito: che fine ha fatto l’indipendenza della Padania, che si troverebbe l’inno già bello che fatto?

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