35. CHARLOTTE E IL “NON CRIMINE” DI UCCIDERE UN CRIMINALE

Secondo una dominante corrente di pensiero la bontà di una causa non può essere messa in discussione dai crimini che in suo nome vengono commessi, come dire, scomodando Machiavelli, che il fine giustifica il mezzo.  La cosa potrebbe avere significato etico se detti crimini, appunto per preservare il valore della causa, venissero puniti e non, come invece per prassi è sempre accaduto, cancellati da una provvidenziale amnistia.

In realtà i grandi sommovimenti storici, primi fra tutti quelli rivoluzionari, hanno sempre portato con sé la logica tribale del regolamento dei conti, i contenziosi privati risolti sposando la causa del più forte, vessando la controparte accusandola di appartenere allo schieramento avverso e provvedendo, appunto in nome della causa, a cancellarla fisicamente.  Può non piacere, ma è stato così, con le piccole vendette, gocce nei mari, a mettere insieme gli oceani ambigui della Storia.

Durante la Rivoluzione Francese la cosa ha assunto dimensioni imponenti.  La Rivoluzione, che avrebbe capitozzato un re per finire nelle grinfie di un autoproclamatosi imperatore, si è liberata dei propri figli migliori affidandoli al boia insieme con nobili, esponenti del clero e intellettuali, in un vortice di efferatezza che ha saputo con onestà darsi l’identificativo nome di Terrore.

Robespierre, Saint-Just, Hébert, Marat, Danton e i loro accoliti erano dei criminali a tutto tondo, Danton l’intrallazzatore con le mani sporche più di ricchezze indebite che di sangue, gli altri invece fra le maggiormente significative canaglie che la Storia, che pure non si è mai risparmiata nulla, abbia iscritto nei propri poco nobili ruoli.

Charlotte Corday, in realtà Marie-Anne-Charlotte de Corday d’Armont (1768-1793), era una giovane di origini nobili che aveva simpatizzato con la causa rivoluzionaria e in particolare per i Girondini, che in quel marasma coprivano il ruolo di moderati.  Disgustata per gli eccidi che venivano consumati dai Giacobini, che erano invece diventati estremisti, scelse come proprio bersaglio il più sanguinario e gli si presentò davanti con un coltello da cucina con il manico di legno e il vezzo di qualche finitura d’argento nascosto fra i recessi intimi del proprio vestiario.  Nella camera occupata all’Hotel de la Providence, dove alloggiava da qualche giorno, aveva lasciato una Bibbia con il segnalibro alla pagina sulla quale si poteva leggere: “Ornata di quella bellezza meravigliosa di cui il Signore l’aveva dotata, Giuditta uscì dalla città per recarsi alla tenda di Oloferne”, il quale Oloferne da quell’incontro sarebbe uscito privo di testa.  Charlotte non pretendeva di arrivare a tanto, alle teste stava già provvedendo con dovizia la ghigliottina, a lei e al suo coltello sarebbe bastato il cuore.

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Jean-Paul Marat (1743-1792) era un medico che aveva un gran da fare nel curare se stesso per via di una malattia cutanea che lo costringeva a trascorrere in una vasca da bagno parecchie ore della propria giornata, senza però che ciò ostacolasse il suo alacre lavoro, che consisteva nello stilare, basandosi sulle segnalazioni di spie e delatori (ecco i regolamenti dei conti privati), gli elenchi delle persone che, una volta transitate davanti a un tribunale da farsa, sarebbero state affidate alle cure della premiata ditta Sanson & Figlio, cioè ai boia della Rivoluzione.

Fu con il ghiotto pretesto di fornirgli nuovi nominativi di girondini da perseguire che il 13 luglio 1793 Charlotte riuscì a farsi ricevere.    Marat non era stato un uomo qualunque.  Aveva praticato la medicina cercandone con spirito sperimentale nuovi confini.  È del 1772 la sua pubblicazione Saggio sull’anima umana in cui il corpo veniva messo in relazione con l’indefinito interiore, ma anche i temi sociali l’appassionavano, come dimostra il saggio La catena della schiavitù.  Nel 1776 guarì la marchesa de l’Aubespine, da altri medici data per inguaribile, ne divenne l’amante e, grazie a lei, venne assunto come medico dal conte d’Artois, fratello del re Luigi XVI.  Poi la Rivoluzione, e il passato gettato dietro le spalle con fanatico vigore.

La Corday se lo trovò davanti immerso nella vasca, tal quale l’avrebbe dipinto David, bel soggetto di artista del potere, che sarebbe passato da esponente rivoluzionario di spicco a pomposo illustratore dei fasti napoleonici; con la differenza che Marat era ancora vivo.  Charlotte sapeva cosa le sarebbe accaduto, le percosse durante l’arresto, le degradanti violenze in carcere e la ghigliottina, che a quel punto le sarebbe parsa una liberazione.  Ma non ebbe esitazioni e colpì a fondo, recidendo con perizia chirurgica l’aorta e facendo tingere di rosso l’acqua in cui giaceva immerso il corpo di un uomo che del rosso del sangue versato aveva fatto la cifra significativa della propria vita.

A Parigi, in una sala del Museo Grevin, in una vasca a forma di scarpa si vede un Marat riverso e cadavere, la mano sinistra che pare artigliare il cuore trafitto, e il braccio destro abbandonato lungo la parete della tinozza, in grembo una tavoletta di legno su cui è appoggiato un foglio coperto di sangue, il capo riverso all’indietro avvolto in un cencio ricadente.  Marat è ovviamente un manichino di cera, ma la vasca è la stessa in cui ha trovato la morte.

«Ho ucciso un uomo per salvarne centomila» avrebbe detto Charlotte durante il processo.  In capo a quattro giorni sarebbe stata ghigliottinata, ma volete mettere la soddisfazione.

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