36. L’AFFETTUOSO E SANGUINOLENTO SODALIZIO FRA RELIGIONE E STORIA

La Storia racconta, e non la si può smentire con il buonismo onirico, che gli uomini sono nati per dividersi, affrontarsi e scannarsi, e se non fosse così le pagine dei libri di un’intera materia scolastica avrebbero per la gioia degli studenti le pagine bianche.  Ci si è uccisi con uguale livore per quattro o quattrocentomila palmi di terreno, per un pozzo o per un mare, per un confine, per uno sgarbo, per interessi economici o politici e, caso fra i più frequenti, per l’imbecillità criminale di tiranni, re, imperatori, presidenti e connesse variazioni sul tema.

Non che sia una attenuante, ma la causa banale, o ingiusta o folle addotta da poteri laici, e che deve essere con fermezza vituperata, non può non essere messa in conto alla congenita e irriducibile crudeltà umana che gli ideali etici, che l’uomo è pure capace di coltivare, dovrebbero contrastare.  Quello che lascia invece sbigottiti è quando ciò avviene in nome della religione, e non una religione qualsiasi, bensì il Cristianesimo, che ha nei Vangeli, chiunque li abbia scritti davvero, la più alta espressione di umanità che sia mai stata concepita dacché esiste il ricordo storico del mondo.  Applicati alla lettera i Vangeli avrebbero sortito l’effetto di trasformare la Terra nel più prossimo vestibolo del Paradiso.  Il loro messaggio è altissimo e tuttora moralmente rivoluzionario, figuriamoci poi come doveva apparire quando sono stati elaborati e trasmessi, cioè in un’epoca in cui gli uomini venivano inchiodati a pezzi di legno o dati pubblicamente in pasto a poveri animali strappati al loro habitat e costretti dalla prigionia a diventare strumenti di morte su commissione, e stiamo parlando della “civilissima” Roma costruttrice di strade e acquedotti e teatri, e non di qualche recesso silvestre regno della barbarie.  La Chiesa però per lunga pezza della propria esistenza ha cacciato i Vangeli in una sorta di esilio, e si è messa d’impegno nel dare il proprio contributo alla Storia riempiendola di atrocità.  Diventando nel 313 a opera di Costantino religione ufficiale dell’Impero Romano, il Cristianesimo si è trovato a dover fronteggiare il rischio degli scismi, due dei quali – quello del 1054 che con Michele Cerulario arcivescovo di Costantinopoli originò la Chiesa Ortodossa, e quello del 1517 messo in atto da Martin Lutero e da cui nacquero le Chiese Protestanti – andarono a buon fine.

È chiaro che se il papato fosse riuscito a mettere le mani su Michele Cerulario e su Martin Lutero li avrebbe con salmodiante gioia arsi sul rogo insieme con i loro seguaci, ma con altri ebbe successo, e a questi ultimi andò malissimo perché quando si mettono da parte i Vangeli si finisce per dimenticare dove stiano di casa misericordia e perdono.  Già l’avevano pagata a caro prezzo movimenti quali càtari, valdesi e patarini, che erano stati oggetto di vere stragi, il perverso strumento criminale chiamato Tribunale dell’Inquisizione a farci gli straordinari con torture e roghi.

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Gli esempi del passato non spaventarono un frate originario di Novara, Dolcino, che agli inizi del 1300 prese ad arringare contro l’evidentissima e proterva corruzione del papato, le cui metastasi avvelenavano l’intera Chiesa che già pareva avere dimenticato gli insegnamenti di San Francesco, i cui seguaci continuavano a venire guardati con sospetto quando non perseguitati come eccentrici guastafeste, perturbatori dell’ordine costituito e ostacoli al sacrosanto intrallazzare delle gerarchie ecclesiastiche.  La Chiesa, nonostante le ricorrenti dispute con gli imperatori eredi del Sacro Romano Impero, costituiva un perno imprescindibile della società, al punto che, più che gli eserciti, la cosa che maggiormente i regnanti temevano era la scomunica papale, e si trattava di regnanti della caratura di Federico II di Svevia, che non passava per essere una viola mammola.  Dolcino, insieme con la sorella Margherita, diede vita alla Confraternita di Parma, severamente critica con il papato e che permetteva a uomini e donne di vivere in comunità, com’era stato per Gesù, gli apostoli e le donne che li seguivano, purché ciò avvenisse in regime di castità, che per la Chiesa dell’epoca era pratica impopolare e dall’applicazione parecchio elastica.

Il Tribunale dell’Inquisizione convocò i ribelli per il sottinteso rituale di interrogatori a base di torture e roghi finali, ma i ribelli si guardarono bene dal mettersi nelle mani dei carnefici.  Si ritirarono sulle Alpi e vennero assediati da un esercito di mercenari.  Caddero a centinaia per difendersi combattendo, e per i superstiti finì come doveva finire.  Margherita venne, al pari degli altri, torturata, cosa che con le donne veniva fatta con particolare spietatezza ritenendole ricettacolo privilegiato di Satana, ma si sarebbe salvata dal rogo se, visto che era una gran bella figliola, avesse consentito ad abiurare e a concedersi a uno dei giudici che pare fosse addirittura pronto a sposarla.  Rifiutò e finì arsa.

A Dolcino invece venne riservato un trattamento speciale.  Fu fatto sfilare per le strade di Vercelli a bordo di un carro, dal quale i carnefici gettavano sulla folla plaudente ed eccitata piccoli frammenti delle sue carni, finché non ne morì e venne finalmente bruciato in un tripudio di preghiere e canti sacri.  Giustizia era fatta, ovviamente nel nome di Dio, che però aveva tutta l’aria di non essere quello dei Vangeli, e neppure lontanamente gli somigliava.

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