37. I FRANCESI? VALLI A CAPIRE

La Storia non ha mai seguito percorsi lineari.  Ama zigzagare.  Specchio delle tortuosità degli uomini, ha tortuosamente scandito i propri ritmi nella contraddizione.  Nel XVIII secolo abbiamo così avuto da una parte la Rivoluzione Americana, che ha buttato a mare un re (quello d’Inghilterra), per mettere al suo posto un presidente eletto dal popolo, e dall’altra la Rivoluzione Francese, durante la quale sono stati massacrati regnanti, nobili, esponenti del clero, intellettuali e rivoluzionari stessi, per dopo collocare al loro posto un imperatore posticcio con seguito di parentela affamata di poltrone, anzi, meglio, di troni.

Waterloo pose fine alla buffoneria, e tutto sembrava tornare a posto, ammesso che per “a posto” si intenda il ripristino del potere dispotico delle monarchie.  In Francia la Restaurazione si diede un paio di re, l’ultimo dei quali però, Luigi Filippo d’Orleans, famoso più come ispiratore di mobilieri che come sovrano, venne messo in fuga dai moti di quel 1848 che avevano terremotato l’Europa, per decretare la fine della monarchia e l’avvento di una nuova repubblica.  E qui nasce il problema, perché questa nuova repubblica venne affidata per volontà popolare a un altro Bonaparte, Luigi Napoleone, e forse a qualcuno sarebbe anche potuto venire il sospetto delle possibili conseguenze che il senno di poi ci mette nelle condizioni di ritenere ineluttabili.

Luigi Napoleone (1808-1873) era figlio di Luigi Bonaparte, fratello di Napoleone I, grazie al congiunto diventato per un lustro re d’Olanda, e di Ortensia Beauharnais, vispissima figlia di Giuseppina, prima moglie di Napoleone, e del generale Beauharnais, capitozzato durante il Terrore.  Nato da un matrimonio di convenienza fra due persone che si detestavano e che finirono per separarsi, dopo Waterloo aveva girato l’Europa con la madre, soggiornando per otto anni a Roma, dove s’era addirittura iscritto alla Carboneria.  Tornato in Francia alla caduta di Luigi Filippo, il 10 dicembre 1848 era stato eletto presidente della Repubblica con oltre cinque milioni di voti.

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Di carattere timido e poco loquace, per tre anni aveva ricoperto la carica a volte entrando in contrasto con l’Assemblea, cioè il Parlamento, ma fu alla vigilia della scadenza del mandato, che sarebbe dovuto durare quattro anni senza possibilità di rinnovo, che gettò la maschera istituzionale.  Dopo che una petizione popolare promossa sottobanco e favorevole al raddoppio del mandato presidenziale non era stata ratificata dai tre quarti dell’Assemblea come prevedeva la legge in vigore, passò al “piano B”, al quale si era in tempo preparato nominando ministro della Guerra il generale Saint-Arnaud e capo della polizia il prefetto Maupas, suoi fedelissimi.

Il 2 dicembre 1851 vennero arrestati i parlamentari e i capi militari ritenuti ostili.  La mattina del 3 dicembre, per reazione, Parigi si riempì di barricate e iniziarono gli scontri, nel corso dei quali rimase ucciso il deputato Baudin.  La resistenza al golpe durò poco, e il 5 dicembre l’ordine veniva ristabilito del tutto.  Il 21 dicembre un plebiscito popolare decretò con sette milioni e mezzo di favorevoli e solo seicentomila contrari il trionfo della riforma che estendeva il mandato presidenziale a dieci anni.

La Francia c’era ricaduta, perché al presidente golpista ormai non poteva bastare e di lì a poco si trasformò nell’imperatore Napoleone III, con tutto il ciarpame di nuove nobiltà che ne scaturirono, con tanti saluti agli ideali repubblicani.

Va detto che, almeno ai nostri occhi e viste le non esaltanti premesse, questo nuovo Napoleone può avere avuto qualche pregio.  Innanzi tutto non era un megalomane pericoloso come l’illustre e ancora oggi troppo benevolmente “illustrato” zio, che con la propria smodata ambizione aveva messo sottosopra l’Europa concimandola di cadaveri, e per indole personale appariva sensibilmente meno ridicolo.  Si dimostrò in un primo momento anche abbastanza amico dell’Italia lasciandosi coinvolgere nella II Guerra di Indipendenza voluta da Cavour, che per convincerlo non aveva esitato a mandargli fra le lenzuola la contessa Castiglione, ma dopo la mattanza di Solferino si ritirò per diventare l’implacabile custode del papa presidiando Roma con le proprie truppe in palese funzione anti-italiana.

Come l’altro Napoleone, il guerrafondaio, fu con una guerra, la franco-prussiana del 1870, che perdette il trono, sconfitto a Sedan dalle armate di Bismarck, cosa che permise all’Italia di prendere Roma.  L’unico figlio legittimo (ne ebbe altri quattro a seguito di diversificate frequentazioni letterecce, per la dannazione della bigottissima moglie Eugenia), prestando servizio nell’esercito inglese finì nove anni dopo zagagliato dagli zulu in Sud Africa, liberando così l’Europa della sia pure remota possibilità (ma con la Storia non si può mai sapere) di trovarsi fra capo e collo un altro “imperatore fai da te” di cognome Bonaparte.

A questo punto ci sarebbe davvero da ripetersi “valli a capire i francesi”, se non fosse che, per un verso o per un altro, i fatti impongano di concludere che la Storia è stata talmente infaticabile testimone di inspiegabilità e contraddizioni riguardanti qualunque popolo in qualsiasi epoca, che l’insistere nel giudizio equivarrebbe a vestire i panni del bue che non trova di meglio che dare del cornuto all’asino.  Perché la Storia, rifacendosi a Totò, sa essere una immane “livella” che rende tutti implacabilmente uguali.

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