Emanuele Drago racconta le sue “Tradizioni tradite”

di Luca Cecchelli

La Pro4 porta in scena al Teatro Oscar la nuova produzione Tradizioni tradite. Sipario 4 ha intervistato il regista Emanuele Drago.

Come è cominciata la tua attività di regista?

«Io vengo dal mondo dell’arte, nasco pittore. Quando ho sentito di non avere più niente da dire con la pittura ho smesso di dipingere ma ho continuato a seguire il piacere della ricerca estetica scoprendo il teatro. La mia prima regia risale al 1993: da allora ho realizzato molti progetti contaminando il mondo dell’arte figurativa e contemporanea con performance artistiche in collaborazione con varie compagnie teatrali».

Qual è il marchio delle tue regie per le produzioni della Pro4?

«Comunicare indipendentemente dall’intrattenere. Quando realizzo uno spettacolo cerco sempre di evitare di documentarmi troppo su allestimenti già visti ma piuttosto cerco di trovare una mia cifra facendo leva sulle idee suggeritemi dal mio bagaglio artistico e professionale. Ad esempio non mi interessa misurarmi con classici come Shakespeare: che cosa potrei aggiungere rispetto ad altri che sono stati più bravi di me? In particolare mio approccio è sempre stato estremamente visivo e ritmato. Diciamo che ho un mio ritmo, come in parte si è già visto nelle produzioni presentate al teatro Oscar: spettacoli che fanno leva su uno stile estetico e narrativo asciutto, contemporaneo e mai stucchevole, costringendo gli attori a sottostare a storyboard in cui le battute vanno di pari passo a quelle musicali. Le mie regie risultano surreali, dadaiste oso dire. E non fa eccezione il prossimo spettacolo al Teatro Oscar, Tradizioni tradite: una piccola follia nella quale la modalità narrativa è forse più importante del contenuto stesso che porto in scena».

Di cosa tratta?

«Si parla del significato delle tradizioni per ciascuno di noi: tradizioni che possono essere perpetrate, tradite o rinnovate. Personaggio chiave attorno al quale ruota lo spettacolo è un Arlecchino, figura universalmente riconosciuta come rappresentante della tradizione del teatro in tutto il mondo, però senza colori e impersonato da una donna, Gabriella Foreto. Nel corso dello spettacolo incontrerà diversi personaggi calati in diversi quadri esistenziali: una ballerina classica, una pianista ottocentesca, una cantante lirica, una cantante pop e la Didascalia, in una sorta di affresco senza tempo e senza spazio, in una scenografia alla Bob Wilson. Questi quadri scenici vengono introdotti in maniera funzionale da poche note di musica elettronica».

Quale è stata la scintilla per la realizzazione di questo spettacolo?

«Due anni fa realizzai delle interviste on-line chiedendo alla gente di raccontarmi quali fossero le loro tradizioni più importanti e perché. Le risposte furono diverse: per alcuni il fumo, per altri il pranzo della domenica o il giro in barca a Rapallo…Ho approfondito questa inchiesta insieme a Claudio Redaelli, sociologo e accademico di area anglosassone con il quale ho avuto molti scambi su questo argomento e poi ho pensato di rappresentare, per esperimento, tradizioni storicamente assodate in un contesto teatrale estremamente labile, per capire quale risultato avrei ottenuto: ne sono derivati momenti estremamente aulici e leggeri, avvolti da controluce e performance quasi clownesche, felliniane».

Cos’è una tradizione?

«Le tradizioni sono come mattoni che ci dicono dove abitiamo e da dove veniamo. La tradizione corrisponde un po’ a casa nostra: se perdessimo quel sentiero che ci porta a casa, perderemmo anche la nostra identità. Quello che mi chiedo nello spettacolo è come ogni tradizione diventi tale a partire da una motivazione storica ben precisa e quanto col tempo finisca con l’esaurire il suo senso dal punto di vista sociale. Non tutte le tradizioni meritano di essere rispettate, tante sono pessime. Ad esempio, da animalista convinto, trovo aberrante la corrida. La domanda è sempre una: conservare o superare?»

E come si può tradire una tradizione?

«Può essere tradita in due modi: ripudiandola o uccidendola. Il conservatore è un amante geloso. Nella paura di perdere l’amata, la soffoca e imbalsama. Il tradizionalista non capisce la tradizione. La mette in formalina per analizzarla. Chi la capisce, la rinnova ogni giorno. Tradire la tradizione è la fine di tutto».

Qual è il messaggio dello spettacolo?

«Lo spettacolo è un piccolo sogno cristallino e gioioso che racconta con ironia surreale e leggerezza un affresco goliardico di teatro contemporaneo sul tema delle tradizioni. Vuole essere il tentativo di creare un prurito intellettuale senza essere noiosi. Il mio compito, in qualità di regista e artista contemporaneo, è tastare il polso della situazione prevedendo il prossimo futuro un po’ prima degli altri. É uno stimolo che ho ereditato dall’arte contemporanea».

 

TRADIZIONI TRADITE

17 -18 febbraio 2017

 

di Emanuele Drago

Con Giulia De Bellis, Fabrizio Crista, Gabriella Foletto, Vittoria Franchina, Fiorella Fruscio, Barbara Sirotti

Regia Emanuele Drago

Produzione Pro4

 

©L.C.

Milano, 16 febbraio 2017

©Riproduzione vietata

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