Il “Rock Bazar” di Massimo Cotto in scena

di Luca Cecchelli

Uno dei più prolifici e importanti giornalisti musicali italiani, Massimo Cotto, porta in scena al Menotti curiosità, aneddoti e leggende della storia del rock riproponendo il format che lo ha reso celebre a Virgin Radio, Rock Bazar.

Massimo, prima di tutto quando hanno avuto inizio le tue ricerche sulla storia del rock?

«Fino a 17 anni la mia passione principale era il basket: ero in serie D nella nazionale juniores, pensavo solo alla palla arancione. Poi un giorno, mentre ero in auto, sentii alla radio un dj che leggeva frasi lì per lì incomprensibili. Pur senza comprenderle rimasi affascinato all’ascolto di quegli strani versi. Poi attaccò una canzone, Thunder road di Springsteen: il dj non aveva fatto altro che raccontare una storia inventata parafrasando il testo di quella canzone. In quel momento ebbi come una rivelazione: “Io voglio raccontare storie alla radio. Sì, voglio fare questo nella vita”. E credo di essere stata una delle poche persone alla quale la potenza del rock è arrivata prima attraverso la parola che attraverso la musica».

Cosa ti affascina e ti intriga di questo genere?

«Credo che il rock abbia la capacità di raccontare sia la vita che i sogni in maniera autentica. Rispetto ad altri generi musical ogni testo e ogni canzone rock arrivano sempre diretti a chi li ascolta. E io mi sono da sempre trovato perfettamente a mio agio in quella dimensione: dopo tanti anni continuo a coltivare questo genere che per me a volte è più vero della vita stessa».

Frutto di questa tua passione per la storia del rock è “Rock Bazar”, format radiofonico di successo passato su Virgin Radio, diventato anche un libro e adesso uno spettacolo teatrale. Come si presenta “Rock Bazar” in scena?

«Lo definirei (ironicamente) uno spettacolo di “teatro da camino”: è come se gli spettatori fossero a casa mia intorno ad un camino ad ascoltare me che racconto storie di rock. Il rock è diventato un genere famoso non solo per le sue canzoni ma anche per tutte le vicende che riguardano le persone che hanno scritto quelle canzoni. Alcune sono divertenti, altre più drammatiche ma quanto siano vere importa poco: il bello sta nel rievocare un piccolo perduto mondo antico».

Si tratta effettivamente di un periodo perso per sempre?

«Oggi quel mondo non è più replicabile per tante ragioni. A cominciare da certe consuetudini oggi inaccettabili ma normali per l’epoca, come i rapporti con le giovanissime groupies con cui andavano Beatles, Stones, Led Zeppelin e altri. In quegli anni lo stile rock era condiviso da tutti come in una grande comunità mentre oggi rappresenta solo una parte del mondo musicale: basta guardare la cerimonia dei Grammy Awards per capire quanto il mondo della musica sia sfaccettato nel 2017. In più se penso alle varie sottocorrenti, ad esempio, all’idea dell’art rock, cioè del rock come esperimento artistico di David Bowie da Ziggy Stardust in poi, difficilmente riesco ad immaginare qualcosa d’altro replicabile in quei termini…cos’altro si può inventare nel rock? Ed è tanto più vero se si pensa che ogni volta che muore un David Bowie o un Lou Reed ci si chiede se stia morendo il rock stesso».

 Gli aneddoti di “Rock Bazar” sono tantissimi: con quale criterio hai composto la scaletta dello spettacolo?

«Ho parlato di quei personaggi che sono stati fondamentali ma che per diverse ragioni nessuno conosce bene rispetto ad altri più noti: mi riferisco a quelli, per capirci, che se non sei amante del genere non sai chi siano. Sono partito da Robert Johnson, il più grande bluesman di tutti i tempi, il primo a morire a 27 anni, quello che secondo la leggenda avrebbe venduto l’anima al diavolo, per poi passare da altri come Gram Parsons e Tim Buckley chiaramente accanto ad altri nomi riconoscibili come John Lennon, Keith Moon, gli Stones o Syd Barrett».

Keith Moon

Tra i tanti eccessi raccontati qual è quello che più ti ha colpito?

«Le storie che riguardano Keith Moon, il batterista degli Who, sono quelle a cui io sono più legato: era pazzo, mangiava i fiori, distruggeva le stanze d’albergo e rischiava di suo, perfino troppo. E infatti si è visto come è finito…Però nel suo modo di vivere si celava una sorta di purezza».

Indubbiamente si parla di eccessi e follie, aneddoti o leggende che siano. Come ti poni da questo punto di vista nei confronti del pubblico?

«Mi pongo anzitutto in modo che tutte le storie che racconto possano venire apprezzate anche da chi non conosce direttamente i protagonisti di cui parlo. E poi, dato che siamo in teatro, adotto pure un certo tipo di narrazione considerato che in alcuni casi si tratterebbe di aneddoti quasi irriferibili…Non sono a chiedere approvazione per quello che racconto comunque: sono semplicemente storie rock che vanno ascoltate, senza apologia ma neppure con condanna».

Come ti trovi nella dimensione teatrale rispetto a quella radiofonica?

«Certo non sono un attore. Un giornalista coniò una volta una bella definizione per me: “narrattore”. Quando sono in scena dimentico di essere su un palco e racconto le mie storie come in radio. La differenza è che a teatro c’è l’interazione col pubblico e hai un feedback immediato. Quando scrivi hai sempre in mente un pubblico ma poi il pubblico in realtà non è mai quello che avevi in mente! (Ride)».

Mai pensato di scrivere un rock bazar, con le dovute sproporzioni, della musica italiana?

«Vorrei ma temo che sarei sempre a rischio denuncia. Ho molte storie su cantautori e rockstar italiane o sedicenti tali: potrei raccontare storie pazzesche ma sono sicuro che non tutti gli interessati tollererebbero. Come neppure i fan più sfegatati. Perché però dobbiamo ostinatamente celebrare ad esempio un De André come San Fabrizio? Quando la moglie di Dylan Thomas lesse una biografia su suo marito, commentò: “Bella biografia ma dov’è la parte sull’alcoolismo?” Voglio dire: Charlie Chpalin era un cattivo marito, Picasso un pessimo padre ma nulla toglie che rimangano Charlie Chaplin e Picasso. Il senso di un’intervista è che si parli oltre che dell’artista anche dell’uomo: se certe cose non possono essere dette ne risulta una celebrazione e non più un momento di verità».

Sei per tanti versi considerato il padre del libro-intervista. Chi ti manca?

«Mi sarebbe piaciuto incontrare, anche solo un giorno, “le tre J”, cioè Jimi Hendrix, Jim Morrision e Janis Joplin, perché di sicuro non mi sarei annoiato. Tra i viventi invece ho sempre accuratamente evitato di intervistare Springsteen: come ti ho detto mi ha talmente cambiato la mia vita per tante ragioni e l’ho amato così tanto che non vorrei rischiare di restare deluso. Tutti dicono che è una bella persona e il mio timore sarebbe rischiare di incontralo, quell’unica volta nella vita, proprio in una giornata “no”.

 

ROCK BAZAR

24 – 25 febbraio 2017

 

di Massimo Cotto

Con Massimo Cotto e Cristina Donà

©L.C.

Milano, 21 febbraio 2017

©Riproduzione vietata

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