Uomini bamboleggiati nella casa della Shammah

di Luca Cecchelli

Torna al Franco Parenti lo spettacolo di successo della scorsa stagione, Una casa di bambola di Ibsen con Filippo Timi e Marina Rocco per la regia di Andreè Shammah. Per chi lo avesse perso la recensione di Sipario4

Scritto da Henrik Ibsen nel 1879 come critica ai ruoli tradizionali del matrimonio in epoca vittoriana, Una casa di bambola continua ad essere ancora oggi uno dei drammi più rappresentati in tutto il mondo. Attualità e universalità del testo risiedono in quel conflittuale confronto tra identità maschile e femminile, come d’altra parte specificò l’autore stesso: «Ci sono due tipi di leggi morali, una in un uomo e un’altra completamente differente in una donna. L’una non può comprendere l’altra; ma nelle questioni pratiche della vita, la donna è giudicata dalle leggi degli uomini, come se non fosse una donna, ma un uomo».

Negli anni il dramma è sempre più stato letto solo come una rivalsa della legge morale femminile su quella maschile facendo della protagonista Nora una sorta di protofemminista, con quella ormai stereotipata immagine da donna borghese di fine ottocento, soverchiata dal soffocante conformismo di uomini fedifraghi. La versione della Shammah ha il pregio, oltreché di far riscoprire Ibsen, di superarlo mettendo in discussione quella Nora che per anni ha scontatamente raccolto il consenso di tutti, rileggendo dunque l’opera più come una “tragica commedia” umana sulla vita di coppia.

Ripristinato il titolo originale (“Una casa di bambola”) e rappresentata integralmente nei suoi tre atti, si tratta comunque di un’edizione filologicamente fedele al testo che, anzi, a partire da una lettura letterale indaga lucidamente nel microcosmo di una casa di fine ottocento comportamenti e responsabilità di ciascun personaggio.

Anche perché nei drammi quanto nella vita, ammettiamolo, le colpe non possono mai stare da una parte sola. E seguendo la trama in effetti non sembra poi così tanto inconfutabile che Nora sia la tanto mitizzata vittima: cosa ci vieta di pensare che menta fin dalla prima battuta in quel suo stato di perenne eccitazione? Perché dare per scontato che dica la verità quando sostiene, poverina, di essere stata trattata come una bambolina sia dal padre che dal marito? E perché allora gioca ambiguamente a fare “lo scoiattolino” e a farsi chiamare “allodolina”, se non sopporta quel ruolo? Forse proprio perché del suo ruolo è consapevole, al punto da dare a sua volta al marito la certezza del suo. Fino al momento in cui però, stanca, decide di sottrarglielo, rinfacciandogli pure di aver vissuto per otto anni con un estraneo, precipitandolo così in una profonda crisi di identità.

La vera crisi qui è dell’Uomo, sembra più Torvald la vera bambola manipolata da Nora: in fondo lei vuole cercare se stessa scappando da un marito che, forse con la sola pecca di amarla ancora, si mette in discussione, invitandola a cercare se stessa con lui: “Dobbiamo crescere insieme, è una cosa bella”, dice. Sarà però che abbandonare un uomo ritenuto indegno dà meno soddisfazione che abbandonarne uno che si ama: e, data la sua sentenza, Nora si allontana nella sala mentre il nostro rimane smarrito, echeggiando la sua battuta finale sotto la neve: “Sono solo, ora?” A cui non c’è risposta: e nello struggente peso di un abbandono le luci si spengono sul dramma umano della solitudine.

Solitudine che si ritrova poi declinata a ben vedere anche negli altri personaggi interpretati da Timi – il perfido procuratore e corruttore Krogstad, che ricatta Nora e il patetico dottor Rank che invece la ama segretamente: tutti e tre insieme rappresentano le facce di un universo maschile messo in crisi, quasi la stessa persona in tre fasi della vita; anche per questo non sarà solo un caso che siano interpretati da un solo attore.

C’è poi in fondo un altro grande tema sotteso al dramma e da sempre legato all’indipendenza, sia emotiva che materiale, quello del denaro. Tema qui rappresentato dalla banca, simbolo di quella società di fine secolo già preda di debiti, prestiti e risparmi. Affari e firme false in questo testo non pesano certo meno dei sentimenti, come se vi fosse un qualche legame tra sentimento e consumo: il posto in banca per il quale l’usuraio Krogstad aspira a diventare vicecapodirettore o per cui la signora Linde è tornata da Nora per chiederle di raccomandarla al marito e in fondo la stessa colpa o innocenza di Nora dipendono in ultima analisi da soldi da restituire cioè da un affare economico grazie al quale otterrà quel perdono che non potrà mai accettare.

Si tratti comunque di affari sentimentali o economici, Timi/Torvald e la Rocco/Nora sono una coppia perfetta nell’esprimere queste contraddizioni morali e materiali dell’animo maschile e femminile.

Di Filippo Timi, diretto per la prima volta da Andreè Ruth Shammah – con questa prova a conferma di un idillio artistico che segna la storia recente del Parenti e del teatro italiano – è possibile gustare finalmente, nel bene o nel male, una versione inedita, distante dalla consueta istrionica esuberanza: concentrato a dar voce e personalità ai suoi tre diversi “semplici personaggi” accantona la sua natura da performer, nonostante cerchi in qualche momento di traboccare.

Non da meno è Marina Rocco, che spesso sa rubare la scena al suo “trino” collega: è una Nora perfettamente ibseniana, per il tipo di bellezza e l’infantilismo del suo recitato; una donna né vittima, né ribelle, all’apparenza leggera che però sa toccare le corde del dramma nel finale, con la sua presa di coscienza verso l’indipendenza.

Anche il resto del cast è di tutto rispetto: in scena, dopo anni di assenza dal teatro, Mariella Valentini, già Lucia dei Promessi Sposi di Testori, nei panni della signora Linde, mentre Andrea Soffiantini interpreta la balia Anne Marie pronunciando alcune battute aggiunte, tratte dalla Commedia dell’amore di Ibsen.

E a proposito di aggiunte, ma non previste da Ibsen, da segnalare anche una coppia felice, la cameriera e il fattorino, a spiegarci quanto l’amore tra gente semplice funzioni senza troppe complicazioni rispetto a quello contorto dei protagonisti. Tutti “osservati” da una figura alta, smilza e pallida, che aleggia nella casa senza proferir parola: è il Destino, interpretato da Elena Orsini.

Insieme a Marco De Bella e Paola Senatore infine, brava anche la piccola Angelica Gavinelli, arpista di otto anni, l’unica dei tre figli di Nora che appare in scena.

Il tutto in un allestimento realistico elegante, una abitazione borghese accogliente dai toni rosa cipria che evoca, oltre ad una casa per bambole, ambientazioni cinematografiche alla Hitchcock, ideale nel presagire, dietro una placida immagine domestica, quell’agguato emotivo che il testo promette. Anche se movimenti di doppi e tripli sipari, a tratti paiono francamente poco funzionali e un po’ rigidi.

Uno spettacolo certo considerevole ma forse un po’ cerebrale, che richiede attenzione costante e ascolto partecipe, sostenendo anche la prova di una durata non indifferente.

 

UNA CASA DI BAMBOLA

28 febbraio – 12 marzo 2017

 

di Henrik Ibsen

Traduzione, adattamento e regia Andrée Ruth Shammah 

con Filippo Timi, Marina Rocco, Andrea Soffiantini, Marco De Bella,

Angelica Gavinelli, Elena Orsini, Paola Senatore

e con la partecipazione di Mariella Valentini

Musiche Michele Tadini

Spazio scenico Gian Maurizio Fercioni

Elementi scenici Barbara Petrecca

Costumi Fabio Zambernardi

In collaborazione con Lawrence Steele

Luci Gigi Saccomandi

Produzione Teatro Franco Parenti

Fondazione Teatro della Toscana

©L.C.

Milano, 27 febbraio 2017

©Riproduzione vietata

 
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