Mettete in nota Alberto Patrucco e Andrea Mirò tra Brassens e Gaber

di Luca Cecchelli

Il Teatro Menotti, dopo il grande successo di critica e pubblico della scorsa stagione, ripropone da stasera Degni di nota_Tra Gaber e Brassens, recital tra canzone d’autore e satira che vede protagonisti Alberto Patrucco e Andrea Mirò diretti da Emilio Russo con la complicità di tre musicisti. Sipario4 ha intervistato il comico Alberto Patrucco, ideatore e traduttore di Brassens

Andrea Mirò e Alberto Patrucco

Torni a teatro in questi giorni, al Menotti, con Degni di nota insieme ad Andrea Mirò. Come è nata l’idea di questo spettacolo e che tappa rappresenta per te?

«È il frutto di un lavoro durato quasi due anni nato dal seguito del disco Segni (e) particolari (2014) che comprendeva canzoni di Brassens ineditamente tradotte da me in italiano, col consenso degli eredi. È una tappa artistica che segna un percorso che ho intrapreso per arricchire la mia carriera di umorista – “comico” è un termine che non mi è mai piaciuto. Sono fondamentalmente un monologhista ma la musica resta la mia passione e proprio traducendo Brassens a poco a poco mi sono discostato da quello standard umoristico che pur ho visitato e dal quale ho avuto parecchie soddisfazioni».

In “Degni di nota”, due è il numero perfetto. Due, come Georges Brassens e Giorgio Gaber. Due, sono Alberto Patrucco e Andrea Mirò, così come i codici espressivi che incrociano sulle tavole del palcoscenico: la canzone d’autore e la parola, volutamente in bilico tra due – ancora una volta il due! – cifre stilistiche, l’umorismo e la poesia.

Alberto Patrucco

Come è nata la collaborazione con Andrea Mirò?

«Dopo il primo disco su Brassens ho incontrato Andrea Mirò: anche lei aveva lavorato sulla canzone francese e fu naturale lavorare insieme al mio secondo disco su Brassens. Da quell’intesa abbiamo pensato che potesse essere interessante presentare un tipo di spettacolo con in scena il comico che canta così come la cantante che recita. Poi si è “agganciato” Gaber, a unire, seppure in epoche storiche diverse, due sensibilità affini: ne è nato uno spettacolo assolutamente inedito ma che si avvale dell’importante contributo di vere perle della canzone».

Si parla di Brassens e Gaber ma, come hai specificato, non si tratta di un vero tributo.

«Sto debitamente lontano dai tributi in genere: mi sembra che sia il trapassato a fare il tributo a chi lo celebra! Come non piace, ad esempio, negli spettacoli su Gaber, vedere quelli che interpretandolo “si gaberizzano”. E proprio per evitarlo in questo caso i brani di Gaber sono stati interpretati da una donna, Andrea Mirò. Così come io non canto Brassens alla Brassens: con l’aiuto del mio chitarrista Daniele Calderini, anzi abbiamo aggiunto colori musicali rendendolo un po’ più “pop”, pur sempre con sobrietà, senza violentare le melodie. La forza di queste canzoni deve essere quella di guardare avanti: la dimensione tributo, al di là della fiscalità che indica il termine, è da tenere lontana se si vuole veramente far onore a quella poesia e musica intese come patrimonio da conservare. L’intento, poi messo in pratica, era che queste canzoni, per lo più assolutamente sconosciute, brillassero di luce propria, senza introduzioni o spiegazioni ma semplicemente agganciate a monologhi: sono pezzi che ho utilizzato per toccare temi secondo la mia sensibilità. Si parla di vita, di impegno sociale, amore e morte».

” Abbiamo provato a sottolineare i grandi temi della loro poetica, la vita, la morte, l’amore costruendo le tappe di uno spettacolo di teatro musicale tra incroci e digressioni, dove il loro presente, quello dei due “Giorgi”, si incontra con il nostro ” 

Emilio Russo

Cosa hanno rappresentato artisticamente Brassens e Gaber per Alberto Patrucco?

«Io ascolto Brassens da quando neanche lo capivo, grazie ad un mio zio francofono che me lo fece scoprire. E ne rimasi rapito anche se, francamente, non è che sia un autore così accattivante musicalmente, considerati i suoi arrangiamenti di chitarra, contrabbasso e una voce non proprio indimenticabile. Però mi ha sempre intrigato molto, pur non capendo cosa dicesse ma capendo che c’era da capire. Tant’è che l’ho approfondito, scoprendo quanto sia stato inarrivabile dal punto di vista della forma canzone. Le sue sono storie che hanno un inizio, uno sviluppo e un finale quasi sempre spiazzante: ogni strofa si apre, si sviluppa e si chiude con grande sorpresa. Uno stile di scrittura incredibile e il grande dono dell’ironia: è sempre stato per me un grande riferimento culturale che mi ha sempre solleticato. Senza considerare che senza Brassens probabilmente non ci sarebbe stato neppure De Andrè.

Georges Brassens (1921 – 1981)

Con Gaber invece c’era solo da stare ad ascoltare e imparare. Assistevo con grande rapimento da ragazzo in teatro ai suoi spettacoli intrisi di minimalismo elevato all’ennesima potenza. Sono stato suo seguace almeno fino a Polli d’allevamento (1978) poi con gli anni, quando si è un po’ ideologizzato, l’ho perso di vista….Di Gaber ho sempre amato il tipo di umorismo che non parte con l’intenzione di farti ridere a tutti i costi ma che ti coinvolge dentro una storia o una tematica  e ti cattura con ironia fino alla risata liberatoria. Gaber aveva un po’ tutto questo, non era solo “fisicità”: quello che cantava stava in piedi comunque. Così come Brassens appunto: il suo approccio era “datemi retta altrimenti fatevi gli affari vostri”, senza troppi coinvolgimenti. Era la forza delle loro canzoni che ti prendeva».

Giorgio Gaber (1939 – 2003)

Uno spettacolo dolce-amaro che lascia spazio a riflessioni profonde sul senso della vita. Una miscela di stili, l’anarchico “minimalismo” brassensiano e il caustico “massimalismo” gaberiano

E dato che Brassens è un monumento in Francia ma poco conosciuto in Italia possiamo dire che hai avuto un po’ il merito di divulgarlo e sdoganarlo?

«Sì ma non con lo spirito del missionario. Nelle traduzioni ci sono dentro anche io perché chiaramente certe parti non era possibile tradurle letteralmente: in ogni traduzione, da lingua a lingua, alcune cose si perdono altre si aggiungono. In questo senso sento queste canzoni anche mie, pur senza esproprio. D’altra parte ubi major…anche io ho scribacchiato qualche canzonetta, ma perché dovrei proporre, sugli stessi temi, qualcosa di mio ma mediocre quando sono state già scritte canzoni come queste? Quello che più mi piace è che la mia parola dell’oggi si leghi ad una canzone che ha magari 70 anni di anagrafe, senza che il pubblico se ne accorga: una suggestione teatrale emozionante».

Vedi oggi qualcuno portare avanti quel genere proposto da Gaber e Brassens?

«Gli eredi? Talvolta si orecchia qualcosa ma personalmente nulla che mi attragga tanto quanto mi hanno attratto questi due. E anzi temo che neppure gli stessi Gaber e Brassens riuscirebbero ad avere la meritata cittadinanza oggi nel mondo canzone per quel poco che vedo. Forse lo spazio ideale per loro rimane proprio il teatro, anche se persino quella è una chiesa che non si frequenta più come un tempo».

Emilio Russo

Cosa ti ha dato l’esperienza con Emilio Russo che da tempo si interessa di questi spettacoli di ‘parola e musica’?

«Una visione fondamentale: Emilio Russo ha, in generale, avuto il merito di elevare un tipo di spettacolo musicale dal semplice recital allo spettacolo, un notevole contributo a questo genere. Il nostro è di fatto uno spettacolo teatrale, sempre minimale ma diretto in modo tale che le storie scivolano, si intrecciano e si sviluppano fluidamente. É stato poi fondamentale costruire la struttura monologo-canzone in un modo tale da farle scorrere ancor più, accuratamente lontano da quella patina di tributo».

 A chi ancora non l’ha visto cosa vuoi dire?

«Non è un tipo di spettacolo molto diffuso: porta in sè un elemento non solo di riscoperta ma anche di scoperta, di un certo modo di fare uno spettacolo di musica e parola. Riconoscerete canzoni parzialmente note ma in un contesto completamente rinnovato, a tratti inedito, relativo a temi legati all’attualità ma inevitabilmente legati ad una memoria storica. Questo è quanto a parole ma francamente è più facile scoprirlo vedendolo che raccontandolo (ammicca)».

 

DEGNI DI NOTA

Tra Gaber e Brassens

 

4 – 14 maggio 2017

 

di Alberto Patrucco e Antonio Voceri

Con Albert Patrucco e Andrea Mirò

Costumi Pamela Aicardi

Regia Emilio Russo

Arrangiamenti e direzione musicale Daniele Caldarini e Andrea Mirò

Musiche di Georges Brassens e Giorgio Gaber

Pianoforte e tastiera Daniele Caldarini

Contrabbasso e basso elettrico Francesco Gaffuri

Batteria e percussioni Jacopo Pugliese

 Produzione Tieffe Teatro

 

©L.C.

Milano, 04 maggio 2017

©Riproduzione vietata

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