“Brancaleone”, l’ultima crociata comica di Pippo Franco

di Luca Cecchelli

Sipario4 ha incontrato il comico Pippo Franco in occasione dello spettacolo “Brancaleone e la sua armata” al Teatro San Babila: dalle scelte di vita che hanno generato il Pippo-pensiero all’attualità di Brancaleone

Pippo Franco nei camerini del Teatro San babila

Al secolo Francesco Pippo ma nome d’arte Pippo Franco. Come ha scelto questo nome? «Non è stato proprio scelto, è successo. Mi spiego: ai miei tempi a scuola i bambini non venivano chiamati per nome ma per cognome. E così banalmente il mio cognome è diventato nome: per tutti, oramai anche per me stesso, sono diventato Pippo. Persino mia moglie mi chiama Pippo e non Franco. Solo per mia mamma ero Franco».

Nel 1960 compare per la prima volta sul grande schermo nel musicarello di Mario Mattoli, Appuntamento a Ischia: accompagna come chitarrista nel complesso I Pinguini la giovane Mina in un paio di canzoni. Come ricorda quell’esordio? «In questo caso è stata una scelta. Era estate e il giorno dell’orale dell’esame di maturità presi la decisione di tentare la fortuna. Dissi al professore di storia dell’arte che andavo a prendere un caffè e invece corsi in stazione a prendere l’ultimo treno per raggiungere il set del film a Ischia, per il quale mi avevano promesso una parte: se non fossi arrivato in tempo utile mi avrebbero sostituito. Prendere quel treno, sia metaforicamente che materialmente, fu la scelta giusta perché mi offrì la mia prima opportunità. E comunque l’esame di storia dell’arte mi aspettava ad ottobre ma lo passai gloriosamente».

«La vita di tutti gli artisti e la mia in particolare, nel senso che ne sono perfettamente consapevole, nasce dall’uso del sesto senso più che della logica. Siamo guidati a commettere delle azioni che sembra non abbiano nulla a che fare col raziocinio ma poi risulta esattamente l’inverso: alla fine è il nostro sentire quello che conta»

 

Da allora è stato naturale diventare l’attore? «Ho vissuto e vivo ancora molte vite, mi lascio guidare cioè da tanti stimoli. Lo stimolo della recitazione che mi ha portato a questa professione, come l’avessi sempre avuto dentro di me, si è fatto strada emergendo tra i tanti altri mestieri della vita: sono stato pittore, poi per alcuni anni disegnatore di fumetti e cantautore. Ed è stato infine il cantautore ad aprire la porta all’attore: quando introducevo le mie canzoni, fondamentalmente spiritose e che parlavano non solo d’amore ma anche di altre realtà del quotidiano, ho cominciato sempre più a far prevalere la parola e la mimica inscenando dei veri e propri monologhi. Così è nato Pippo Franco».

«Milano è una città nella quale mi sono sempre trovato per mentalità e modi di vivere: sono legato a luoghi come il Derby e a tanti amici, conoscenze e novità. A Milano ho sempre trovato prima ciò che in Italia arrivava dopo. Milano è al di fuori di tutti gli schemi e questo mi somiglia molto»

 

La prima vera esibizione di fronte ad un pubblico? «Più che la prima esibizione ricordo bene i luoghi che mi hanno lanciato come comico tra gli anni ’60 e ’70, come la serata della mia prima tournée in un locale di Maranello, “Il gatto verde”, il rivoluzionario “Derby” di Milano, città alla quale sono legato non solo professionalmente e “Le grotte del piccione”, locale romano che proponeva spettacoli meno parenti dell’avanspettacolo ma più profondi ed esistenziali. Mi esibii in quel locale per la prima volta suonando le mie canzoni durante l’intervallo dello spettacolo interpretato da Antonio Salines, Magda Mercadali e Franco Bisazza: mi scelse Maurizio Costanzo, era uno degli autori».

 

Edwige Fenech e Pippo Franco in una scena di “Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda” (1972)

Poi arrivò il cinema: a tutt’oggi la sua fama è in gran parte legata alla commedia sexy, da Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda (1972) a Giovannona Coscialunga disonorata con onore (1973), anche se nella sua carriera ha interpretato anche ruoli drammatici come in La via dei babbuini (1974) di Luigi Magni e ha lavorato con Billy Wilder in Che cosa è successo tra mio padre e tua madre? (1972). Come vive oggi la reputazione di icona di quel tipo di cinema? «Noi artisti portiamo in scena la nostra anima, il nostro modo di vivere: non vedo in questo senso distinzione tra un film o un altro. Ecco ancora le scelte: ho scelto alcuni registi, ruoli e sceneggiature perché mi somigliavano e rifiutato altri perché non mi somigliavano. Però ho sempre partecipato con il medesimo entusiasmo ad ogni progetto a cui ho lavorato. I miei personaggi sono sempre stati il risultato di un preciso lavoro, con me da una parte che mettevo a disposizione la mia esperienza e dall’altra gli autori che mi hanno aiutato a far emergere quello che nemmeno sapevo di avere. In questo senso sento di aver dato il meglio con la compagnia del Bagaglino».

Il grande pubblico la ricorda appunto anche per gli spettacoli di satira del Bagaglino. Rispetto a quei tempi oggi sono cambiati i politici o la satira? «La satira è la stessa dal tempo dei Greci sono piuttosto cambiati i dirigenti, coloro i quali decidono i palinsesti, e anche il pubblico, sempre più vittima di un meccanismo di mercificazione. Un tempo si poteva improvvisare una satira su D’Annunzio o su Socrate, adesso sarebbe improbabile che metà sala ne cogliesse tutti i riferimenti. A tutto questo si aggiunga un ritmo prima inimmaginabile. Però ho constatato e mi rincuora che ci siano ancora spettatori che abbiano voglia di vedere una satira intelligente che sappia interpretare con profondità il nostro tempo, senza doversi limitare solo ai talent, alla cucina e ai quiz».

 «Senza satira e ironia la speranza ti sorride ma è senza denti»

 

Oreste Lionello, Giulio Andreotti e Pippo Franco in un’edizione televisiva del Bagalino negli anni ’80

Dice una sua battuta: “Ride bene chi ride ultimo. E sai chi è l’ultimo? Quello che la capisce dopo”. In quanti tra i politici di oggi allora l’hanno capita dopo secondo lei? «(Ride) In realtà c’è poco da ridere perché i politici di oggi non hanno nulla a che vedere con i politici di ieri, autentici statisti. Oggi vedo la politica sempre più intesa come l’occupazione di una poltrona, in alcuni casi purtroppo un modo in cui perpetrare il malaffare. Non esistono più quei politici “di ieri” soprattutto perché non esiste più l’Italia di ieri ma l’Europa di oggi e dunque tutto va reinventato. Dicono che siamo in una fase di transizione e spero che sia così piuttosto che considerare questo momento storico la fine di un periodo o una regressione ad altre ere».

«Oggi non si deve stare a pensare troppo ma nascere, lavorare e morire. Possibilmente prima di andare in pensione, così tornano i conti»

 

Nel suo ultimo spettacolo il riferimento al Medioevo è chiaro. Che legami ha invece con l’attualità il Brancaleone di Pippo Franco? «Brancaleone si trova coinvolto in una serie di (dis)avventure a partire dalle quali il pubblico evince che i problemi di ieri sono ancora quelli di oggi: si racconta di un uomo che ha perso se stesso e la propria identità esattamente come l’uomo contemporaneo che ha sotterrato la propria anima facendo crescere la propria ombra, vivendo di quel superfluo che non ha niente a che vedere con la vita autentica. Si parla di un uomo spersonalizzato alla ricerca di quel suo centro di gravità permanente, ciò che anche questa civiltà vuole in qualche modo nascondere».

 

La compagnia dello spettacolo “Brancaleone e la sua armata”

 «Tutta la nostra vita è regolata da un principio: la conoscenza di sé o la mancanza di conoscenza di sé. L’attrazione verso emozioni negative è espressione della mancanza di conoscenza di sé, del fatto cioè che si faccia crescere la propria personalità senza far crescere la propria essenza. Quando le emozioni negative hanno il sopravvento vuol dire che non ti conosci e che non hai trovato il tuo centro di gravità permanente»

 

“Castigat ridendo mores” (“Corregge i costuni ridendo”) diceva il poeta Orazio: colui che smaschera però certi difetti si pone anche in un’ottica di emarginazione. C’è un legame tra comicità ed emarginazione? «Io ritengo che il comico decida di fare il comico, cioè di far ridere gli altri facendo scempio di sé anziché nascondere certe criticità, proprio per superare un senso di emarginazione: il comico porta in sé un disagio interiore che supera attraverso l’ironia, elemento di spiritualità che può elevare dal soccombere all’essere accettato e soprattutto al dialogo con gli altri».

Da comico, dopo tanti anni, in cosa consiste la gioia più grande di far ridere? «È una vibrazione dell’anima. La risata comporta la vibrazione più alta che è più vicina al trascendente, l’espressione umana più vicina all’eternità. Se si immagina profondamente il paradiso ci si accorge che è un luogo dove non entra il male. E nella risata non entra il male. Per questo è importante ridere di noi stessi prima che lo facciano gli altri».

 

BRANCALEONE E LA SUA ARMATA

28 novembre – 3 dicembre

Testo e regia Pippo Franco

Con Pippo Franco, Gegia, Giacomo Battaglia, Gigi Misiferri

©L.C.

Milano, 1 dicembre 2017

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