Giampiero Ingrassia: “Più che John Travolta sogno di essere Gene Simmons”

di Luca Cecchelli

Giampiero Ingrassia, accompagnato da un valido cast e band dal vivo, torna a Milano con “Hairspray”, la nuova produzione firmata Teatro Nuovo. Un’occasione per chiacchierare di spettacolo col figlio del grande Ciccio.

 

Giampiero Ingrassia nei panni di Edna al Teatro Nuovo © Foto Luca Vantusso

 

Giampiero Ingrassia, figlio d’arte ma attore per vocazione, giusto?

«Mio padre era attore e mia madre musicista dunque, inevitabilmente, sono cresciuto a contatto col mondo dello spettacolo. Cinema, teatro, televisione e musica hanno rappresentato per anni, direttamente o indirettamente, parte della mia vita. Dopo la scuola dell’obbigo mi sono iscritto a giurisprudenza ma presto mi sono accorto che il diritto non era la mia strada. Finché un giorno di fronte alla fatidica ennesima domanda “Che voglio fare da grande?” presi la decisione di trasformare quella che fino a quel momento era stata una passione in una vera professione. Tutto ebbe inizio col provino per entrare nella scuola di Gigi Proietti».

Ciccio Ingrassia, Giampiero Ingrassia e Franco Franchi sul set del programma “Grand Hotel” (1984)

Restando alle prime esperienze, qual è il primo ricordo artisticamente legato a Milano?

«Con il laboratorio di esercitazioni sceniche di Gigi Proietti portammo nella stagione 1984-85 il “Cyrano” al Teatro Lirico di via Larga. Ero giovane ma ricordo bene quando arrivai in auto in questo storico ed enorme teatro milanese insieme ad una compagnia che, tra allievi e tecnici, contava almeno una cinquantina di persone. I miei compagni ed io avevamo piccole parti ma per me fu una prova molto emozionante: siamo rimasti in cartellone due mesi. Avevo già conosciuto Milano lavorando nei programmi televisivi Beauty Center Show e Grand Hotel a fianco di mio padre e Franco Franchi ma il debutto teatrale in questa città è indissolubilmente legato al Lirico: e da allora quasi ogni anno, con grande piacere, torno ospite con un uno spettacolo in un teatro milanese».

Giampiero Ingrassia e Lorella Cuccarini in “Grease”

Il tuo nome è legato a fiction, prosa e televisione ma negli ultimi anni soprattutto al musical: da “Grease” a “Serial Killer per signora” e in questi giorni “Hairpsray“. Si può  dire che sia un genere al quale in Italia tu abbia dato (e ricevuto) tanto?

«Posso dire di essere sicuramente stato tra i primi a diffondere questo genere in Italia nel 1989 prendendo parte al primo musical realizzato dalla Compagnia della Rancia, “La piccola bottega degli orrori”, tratto dall’omonimo film e musical americano. Quando ancora il pubblico in Italia era abituato alle commedie musicali di Garinei e Giovannini fummo tra i primi in assoluto a portare nelle sale il musical. Il caso poi ha voluto che negli ultimi anni la maggior parte dei miei lavori fossero musical».

Ricordo che quando eravamo in tournée in Italia con “La piccola bottega degli orrori” la maggior parte del pubblico all’epoca si chiedeva cosa fosse questo musical. Sentivo le signore chiedersi: è uno spettacolo comico o ci sono le ballerine?

 

Ultima tappa è “Hairspray”, musical tratto dall’omonimo film del 2007. Come è stato confrontarsi ancora con John Travolta, anzi con Edna?

«Oramai, a parte “La Febbre del sabato sera” – che non ho interpretato perchè non so ballare e perchè ho superato l’età per interpretare Tony Manero – sono legato a Travolta da un destino professionale dai tempi di “Grease”, 1997 (sorride). In questo caso, con “Hairspray”, sento però di avere un merito in più perchè lui ha interpretato Edna sul grande schermo e non dal vivo, quindi è stato più facilitato per le scene. Non ha provato il travaglio di doversi cambiare d’abito e ingrassare con una tuta doppia e protesi di gommapiuma, parrucca e tacchi in tempo reale: immaginavo fosse faticoso ma non così tanto (sorride)! Però è tutto talmente divertente che va bene così».

Giampiero Ingrassia nei panni di Edna © Luca Vantusso

L’attualità di questo musical ambientato nel 1962?

«Il musical possiede un attualissimo invito a superare ogni diversità e razzismo. Pur divertendoci con uno spettacolo brillante cerchiamo di essere intelligenti e propositivi. Tanto più in questo periodo storico un po’ strano è sempre bene ricordarsi che siamo essere umani».

Nel musical interpreti una madre alle prese con una figlia dalle ambizioni artistiche. Sull’esempio di questo paradigma familiare viene naturale domandarti se ricordi una raccomandazione o un consiglio di tuo padre, quando anche tu hai manifestato la voglia di intraprendere questo mestiere.

«”Tenere sempre i piedi per terra”: può anche essere facile toccare il successo ma il difficile è mantenerlo, per questo bisogna essere sempre molto concreti. Questo è uno dei suoi insegnamenti più grandi che ricordo, oltre al valore della famiglia e delle persone che ti seguono: avere sempre attenzioni anche per chi ti chiede un autografo. Sono insegnamenti che si possono anche condividere ma che poi si comprendono realmente nel corso di una vita. E devo ammettere che più passa il tempo più profondamente li comprendo».

Avete avuto percorsi artisticamente differenti: cosa pensi avrebbe detto tuo padre oggi dei tuoi risultati?

«Mio padre ha avuto la fortuna di assistere di persona dal 1983 al 2003 alla maggior parte dei miei spettacoli  da “Grease” a “Full Monty”, sempre approvando le scelte della mia carriera. E rispetto a questi ultimi 15 anni penso che possa continuare ad essere soddisfatto: se da qualche parte mi sta guardando sarà felice che la ditta Ingrassia continui a calcare ogni anno i palcoscenici di tutta Italia».

È come portare avanti il nome di un’azienda o di un artigiano: “Ditta Ingrassia dal 1954”. Che nel 2018, pur cambiando titolare, esiste ancora. Sarei orgoglioso di mostrare questo a mio padre.

 

Giampiero e Ciccio Ingrassia in una scena del telefilm “Classe di ferro”

E questa ditta ha mai avuto un progetto in cantiere, uno spettacolo che padre e figlio avrebbero voluto metter in scena insieme?

«Abbiamo recitato insieme solo in un episodio del telefilm “Classe di ferro” nel 1989 quando il regista Bruno Corbucci ha voluto in una scena me e mio padre, guest star: credo che quella sia probabilmente l’unica testimonianza filmata. Ne parlavamo sempre: sarebbe stato bello realizzare uno spettacolo insieme, magari in cui avremmo interpretato proprio padre e figlio, però non c’è mai stato modo o tempo. Mi sarebbe piaciuto confrontare due generazioni di attori».

 

Qual è la soddisfazione artistica più grande finora?

«Finora, in molti casi, sono stato premiato per le mie scelte ma da attore devo confessare che le più grandi soddisfazioni ed emozioni sono sempre venute tanto dalla critica quanto dalla signora che mi ha fermato per strada dopo lo spettacolo ringraziandomi per averle fatto passare due ore in allegria».

Ci sia abitua all’applauso ma mai allo spettatore che ti ferma, ti guarda e ti dice personalmente “Grazie, grazie, grazie”. É una sensazione molto bella e gratificante a cui non ci si abitua mai.

 

Il tuo sogno nel cassetto o un obbiettivo artistico per i prossimi anni?

«Si dice lo spettacolo che ancora non immagino: in ogni intervista dico sempre che mi piacerebbe interpretare un cattivo ma continua a non accadere perché dicono che ho la faccia da buono».

E nella vita, se non fossi stato attore?

«Ho una grande passione per l’hard rock anni settanta: sono cresciuto a pane e Led Zeppelin, Deep Purple, Black Sabbath e Kiss e non mi sarebbe dispiaciuto diventare una rockstar nella vita ma oramai ho più l’età per le reunion che per un debutto! (sorride) Rimarrà un sogno nel cassetto: trovo sfogo nel musical che comprende entrambe le mie passioni, recitare e cantare. Anche se ogni volta che salgo sul palco fingo di essere una rockstar come Gene Simmons dei Kiss e poi magari mi ritrovo in scena vestito da Edna. Mi confortano però gli applausi che, attore o rockstar, sono comunque sempre per Giampiero».

Bookmark the permalink.

I commenti sono chiusi