“Ailoviù”: la vita di coppia in un musical da camera

di Luca Cecchelli

L’attore Roberto Recchia racconta il musical da camera americano e il suo adattamento italiano che ha riscosso grande successo anche a Milano, dove torna per la seconda stagione al Delfino.

Come avete scoperto e quindi scelto di portare in Italia proprio questo spettacolo?
«È merito del regista Vito Molinari che l’ha scoperto nel 2003 quando già era un successo per il settimo anno Off Broadway. Il testo ad una prima lettura ci ha appassionato subito e valutati anche gli investimenti minimi in termini di scenografie abbiamo intuito che poteva diventare un gran bello spettacolo. Solo quattro attori in scena a interpretare una quarantina di personaggi in una composizione di 24 scene che abbiamo tradotto e adattato: ne abbiamo ricavato un vero gioiellino.
Anche se non abbiamo eguagliato la tenitura americana lo stiamo comunque portando ancora in tournée da quando ha debuttato nel 2003 a Milano al Libero, immutato nonostante diverse riprese e produzioni. Qui al Delfino è la seconda stagione che torniamo ma a Milano siamo stati anche al Franco Parenti e al Nazionale.
Tengo a ricordare in particolare che lo spettacolo deve molto a Orazio Bobbio, inizialmente concorrente per la conquista dei diritti americani e poi collaboratore con la produzione triestina che ha permesso di far circolare Ailoviù per tre stagioni».

Lo avete definito “musical da camera”, perchè?
«É una definizione inventata, dato che un musical è un musical e basta. Quel “da camera” si riferisce a una produzione di piccole dimensioni che ricalca però di fatto la struttura di un musical vero e proprio. In questa definizione c’è un’ alternanza di significati riferibili alla presenza di parti recitate in prosa e cantate.
Le scene di cui è composto lo spettacolo possiedono una gran varietà di canzoni accompagnate dal vivo dal pianoforte del Maestro Gianluca Sambataro che detta ritmi, emozioni e sensazioni: si passa dall’operetta al blues, dal country al tango dal rock’n’roll al pop con un grande ventaglio di espressività musicale».

«La partitura musicale originale è di Jimmy Roberts e prevedeva solo violino e pianoforte, mentre i testi sono di Joe Di Pietro, autore che oggigiorno sta vivendo un gran bel successo a Broadway.
Pensare che quando abbiamo scelto il suo testo era solo agli inizi
».

Venendo alla sequenza delle scene, di che tipo di spettacolo si tratta?
«In scena due uomini (Luca Sandri ed io) e due donne (Marisa Della Pasqua e Francesca Taverni) a rappresentare tutte le sfumature del rapporto di coppia: i primi incontri, gli insuccessi, i dubbi, il sesso, il matrimonio, i figli, la noia, la maturità, la vedovanza e…nuovi incontri.
Il tutto suddiviso in due atti: il primo è incentrato sugli aspetti comico-grotteschi della ricerca di un partner, dal primo appuntamento di Adamo ed Eva, per passare a un vasto campionario di single più o meno senza speranza in cerca della propria anima gemella, vittime di aspettative spasmodiche spesso deluse.
Il secondo atto invece è incentrato sul matrimonio e relative problematiche: l’arrivo di un figlio, gli incontri con i parenti, l’assenza di sesso, i silenzi e la monotonia fino al quadretto finale…Il tutto presentato con feroce ironia: personalmente ho calcato la mano con un po’ di humour nero».

Da sinistra il cast di “Ailoviù”: Marisa Della Pasqua, Luca Sandri, Francesca Taverni, Roberto Recchia e Gianluca Sambataro

Che tipo di lavoro hai operato per l’adattamento dalla dimensione americana a quella italiana?
«Riguardo gli arrangiamenti gli americani non ti permettono di toccare neanche una virgola: la parte musicale è fedelissima all’originale. Dalla prima edizione del 1995 ad oggi Joe Di Pietro e Jimmy Roberts hanno invece aggiunto un paio di scene svecchiando alcuni riferimenti in senso temporale. Negli anni ‘90 ad esempio non c’era ancora questo uso smodato degli smartphone e la scena di una donna che viene abbandonata dal marito e si fa una videointervista è stata aggiornata con la tecnologia contemporanea».

«Il grande pregio di questo testo è che se fosse stato scritto negli anni ’60 o tra 15 anni tematiche e situazioni resterebbero immutate. Si comincia dalle origini del mondo e si finisce con una canzone che dice “ci ricadrai, questo è il destino degli uomini. Puoi evitare l’amore e per quanto tu dica di no il destino è di ricaderci un’altra volta».

In tema propriamente di tradizione italiana in senso lato hai operato qualche integrazione attingendo, dove possibile, a celebri sketch dell’intrattenimento nostrano del secolo scorso?
«Assolutamente no, per un semplice motivo: nonostante la varietà delle situazioni c’è molta omogeneità nell’intoccabile scrittura americana. Nelle traduzioni ci si può prendere una certa libertà ma non è possibile cambiare la struttura. Per contro l’adattamento deve riguardare situazioni, nomi e linguaggio senza suonare però come una vera traduzione dall’americano. Certi aggiornamenti tra versione americana e italiana hanno riguardato alcune situazioni culturali che non appartengono al nostro paese ma abbiamo “italianizzato” il testo ricercando e mantenendo comunque un tipo di quotidianità il più possibile analoga a quella americana. C’è stato in particolare un grande lavoro sul linguaggio, non ultimo circa certe interiezioni oggi sdoganate ma che in lingua inglese non esistono».

Roberto Recchia

Ad esempio?
«Il concetto di turpiloquio americano a noi italiani fa sorridere, non hanno tutta la nostra sfumatura di parolacce. Uno dei primi sketch ad esempio vede due manager molto impegnati alle prese con il primo appuntamento ma desiderosi di anticipare per lavoro tutte le fasi della storia d’amore, compresi litigi e relative parolacce che tradotti letteralmente nella nostra lingua suonano come ‘stupido’, ‘scemetto’ o ‘cretinetti’. E pensare che una nota nel testo originale recita “laddove il linguaggio risultasse troppo forte siete autorizzati a ridurre”. Questo per dire che un insulto come stupid, per noi ridicolo, per gli americani risulta pesantissimo».

«Uno dei complimenti più grandi che ho ricevuto per l’adattamento, soprattutto delle canzoni, è stato da parte del critico Sandro Avanzo che ha dichiarato che non sembrano traduzioni: il riconoscimento più bello per chi traduce».

E riguardo l’adattamento delle canzoni?
«La difficoltà di tradurre canzoni dall’inglese in italiano è che la lingua anglofona è piuttosto “secca”: hanno molte parole tronche, mentre nella maggior parte del lessico italiano sono piane. Per questo una traduzione letterale non si avrà mai: bisogna prendersi un po’ di libertà usando molta creatività pur mantenendo il senso complessivo della canzone e allontanandosi inevitabilmente da un difficile rispetto letterario».

24 sketch sulla coppia uomo-donna, una tematica che spesso ha caratterizzato anche la rivista musicale: non si potrebbe più propriamente definire così questo spettacolo?
«Sì, rivista musicale sarebbe propriamente la definizione più giusta rispetto a musical da camera. Vito Molinari, nostro regista, ha partecipato alla realizzazione delle prime trasmissioni di rivista in televisione come Un due tre o Il tappabuchi  e poi in teatro con i più grandi nomi della comicità italiana da Ugo Tognazzi a Raimondo Vianello o Walter Chiari ma anche Totò e Macario e ancora oggi continua a promuovere questo genere del passato. Il riferimento diretto alla rivista musicale potrebbe dare a questo spettacolo un velo di antico ma si tenga presente che anche il recente spettacolo di Solenghi e Lopez è di fatto una rivista musicale, anche se non viene definita così. Si può chiamare in altro modo ma quel genere continua ad esistere».

Roberto Recchia e Marisa Della Pasqua

«La rivista musicale consiste nella classica giustapposizione tra scene e sketch che non hanno nessun vero riferimento l’una all’altra ma si alternano come un varietà classico o secondo un tema che sia il viaggio, le vacanze o il lavoro. “Ailoviù” ha come tema la vita di coppia, per questo può definirsi una rivista».

A questo genere corrisponde un particolare tipo di recitazione?
«Assolutamente sì, è matematica pura. Non deve essere una recitazione naturalistica ma nemmeno grottesca o caricata. Non è facilissimo entrare in questo gioco che ha una sua misura. E il segreto di questa misura non è definibile con una formula spiegabile, però la si impara. Luca Sandri, Marisa della Pasqua, Francesca Taverni ed io siamo riusciti a cogliere questa dimensione in gruppo: è importante che tutto il cast sia uniformato in questo senso altrimenti le situazioni non funzionano. Per la bravissima Francesca Taverni, che ha sostituito Paola Della Pasqua e che aveva alle spalle esperienze con grandi compagnie italiane di musical, non è stato immediato entrare in questo meccanismo da rivista ma ora è in equilibrio perfetto con noi. Vito ci ha insegnato che ogni battuta ha un suo tempo e deve essere detta con una velocità precisa, altrimenti non arriva. Da questo punto di vista è sempre stato molto esigente, non lascia passare niente, costringendoci ad adeguarci perfettamente a questo stile».

«Se avessimo chiesto a Totò quale fosse il segreto della sua comicità probabilmente non avrebbe saputo spiegarlo neanche lui. C’è un po’ di naturalezza e un po’ di esperienza che si acquisisce sul palcoscenico e che nessuno può insegnare. E forse un pizzico di talento puro al 100%».

La comicità nasce spesso da una situazione o da un sentimento di inadeguatezza. Si capisce quindi perché uno spettacolo che parla di coppie e si sottotitola “Sei perfetto, adesso cambia” faccia ridere. Restando però all’inadeguatezza in senso amoroso, forse il ridicolo nasce dal voler idealizzare ciò che si desidera?
«Hai centrato uno dei parametri della comicità: l’inadeguatezza. Se tutto fosse perfetto nel mondo non esisterebbe la comicità stessa. E la comicità di questo spettacolo deriva dal fatto che, pur portate al paradosso, le scene davanti agli occhi del pubblico rispecchiano in realtà ciò che capita nella vita di tutti i giorni. Il problema è che ogni coppia si prende molto sul serio perché ciascuno è sedotto dal desiderio di plasmare l’altra persona in un altro se stesso. Da un certo punto di vista perché rivede nell’altro la propria inadeguatezza che vuole cambiare. E per questo uno dei due comunque deve sempre cedere qualcosa, altrimenti la coppia non può funzionare».

«D’altra parte se non esistessero situazioni spiacevoli e drammatiche, ciò da cui spesso una storia prende inizio, il teatro stesso non esisterebbe, non ci sarebbe nulla di interessante da raccontare o svelare».

Quando si esce dalla sala dopo aver visto Ailoviù, alla fine, si è riso o riflettuto di più sulla situazione di coppia?
«In Ailoviù c’è soprattutto intrattenimento e il sottotesto che l’amore perfetto non esiste. Ogni scena sa scatenare interrogativi proprio riguardo la consapevolezza di questa immodificabilità: il mondo è sempre stato così e sempre così sarà. Non bisogna però per questo rassegnarsi o essere tristi perché questa è la vita ma bisogna viverla col sorriso sulle labbra. Sì, il vero messaggio probabilmente alla fine è questo: saper sorridere. Sorridere di tutto quello che ci offre la vita».

 

AILOVIU’
Sei perfetto adesso cambia
13 – 16 dicembre 2018

Di Joe Di Pietro
Adattamento e versione ritmica
Roberto Recchia
Con Marisa Della Pasqua, Roberto Recchia, Luca Sandri, Francesca Taverni
Regia
Vito Molinari
Musicisti Gianluca Sambataro (pianoforte)
Disegno luci Roberto Recchia
Produzione
su licenza di R & H Theatricals Europe Ltd

©L.C.
Milano, 13 dicembre 2018

©Riproduzione vietata

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